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1)UBI MAIOR
Il bar dell’aeroporto è un posto anonimo. Specialmente se si tratta di una grande città. Si può essere tutti o nessuno. Basta scegliere. Capita, a volte, che un perfetto sconosciuto, venga messo a parte dei pensieri più intimi e segreti di una persona. Quegli stessi pensieri che, di solito, si tacciono anche agli amici più cari. Di fronte a me c’è un uomo mai visto prima. Sto rispondendo alle sue domande, sempre più confidenziali e circostanziate. Mi ascolta con aria attenta. Inevitabile che si finisca a parlar di donne. Inizio il mio racconto, mentre lui si sistema comodo sulla sedia. Accendo una sigaretta.
Susanna, dico, era una mora con delle curve mozzafiato. Lavorava nella mia, pardon, nell’azienda della mia signora. Io ero il capo, lei un’impiegata. Ricordo esattamente, come se stesse accadendo in questo istante, il modo in cui la conobbi. Il giorno previsto per le selezioni del personale, lei arrivò in ritardo. Non volevano farla entrare. Avevo appena iniziato a visionare dei documenti. Sentii vociare all’esterno dell’ufficio. Prima piano, poi via via più animatamente. Aprii la porta, intenzionato a controllare che cosa stesse accadendo. Stava davanti all’usciere. Indossava un cappotto bianco, lungo fino ai piedi, e degli occhiali scuri. Li tolse e mi fissò. Aveva occhi, di un azzurro così intenso, che era impossibile non provare imbarazzo. Mi sentii letteralmente denudato. Sì, ha capito bene. Denudato. Le chiesi di accomodarsi. Entrò. Gettò il cappotto sul divanetto. Si sedette, accavallando lentamente le gambe. La sua minigonna e il mio istinto animale fecero il resto. Uscì da quella stanza, con una copia del contratto firmato tra le mani. Mi ringraziò anche, prima di chiudere la porta alle sue spalle. Ammetto che se avessi dato retta più al mio cervello che ai ferormoni provenienti da quel corpo meravigliosamente tornito, le cose sarebbero andate diversamente. Inizialmente si trattò soltanto di sesso. Nudo e crudo. Mia moglie, di dieci anni più anziana di me, faceva finta di non accorgersi delle mie scappatelle. E io, per non far venir meno la sua fiducia, non mi sottrassi mai ai miei doveri coniugali. Avemmo addirittura un bambino, Andrea. Mi cedette una parte consistente dei suoi impegni e del suo potere in azienda. Avevo campo libero. Susanna era in grado di irretire chiunque col suo erotismo. M’imbrigliò in una ragnatela tanto fitta, che non sapevo come venirne fuori. E francamente, non me ne importava neanche più di tanto. Se posso affermare di esserne stato innamorato? Non saprei con certezza. Di sicuro non potevo più fare a meno di lei. Poi le cose cambiarono. Le solite chiacchiere. Forse invidia. Passò del tempo. Accadde in uno di quei giorni in cui mia moglie, andava fuori città. Da sola. Andrea era con la bambinaia. Me ne stavo a casa di Susanna, disteso sul letto. Senza scendere troppo in particolari, fu un pomeriggio movimentato. Chiusi gli occhi.
«Mi ami?» chiese, lei all’improvviso.
«Certo. Ma perché fai queste domande stupide?» risposi.
Si voltò dall’altra parte. Rimase in silenzio per qualche istante, mordendosi le unghie. Si mise in piedi, di fianco al letto. Mi fissò con un’espressione che non saprei definire.
«Questa relazione non rimarrà un segreto per molto» disse.
La guardai interdetto.
«Ma che scemenze dici?» domandai.
«Tanto vale che tu lo sappia» iniziò.
Sapeva dosare la tensione fino a prostrarti. Con maestria e malizia. E anche un pizzico di cattiveria. M’irrigidii di colpo. La guardavo come un animale che va al macello. Attendevo la mazzata mortale.
«Sono incinta. Al secondo mese» proruppe lei.
La mia mente analizzò diversi scenari. Nessuno di questi mi era favorevole.
«Lunedì andremo da un mio amico medico. E’ una persona fidata» dissi.
Susanna uscì dalla stanza. Rientrò di lì a poco, infuriata come una belva.
«Non se ne parla neanche. E’ il mio bambino e io voglio tenerlo. Devi assumerti le tue responsabilità» urlò.
Prese i miei pantaloni e li scagliò sul muro. Poi, fu il turno delle scarpe. Era fuori di sé. Inutile tentare di farla ragionare. Mi rivestii. Andai via che ancora inveiva contro di me. Lasciai passare alcuni giorni. Per farla calmare. Qualche mazzo di fiori, un gioiello. Una sera, non molto tempo dopo, la portai a cena fuori città. Non fui gentile con lei come si aspettava dovesse essere il padre del suo bambino. Rientrai a casa che mia moglie già dormiva, nonostante fosse presto. Andai a guardare il bambino. Dormiva anche lui. Senza far rumore, m’infilai nel letto. Feci tutto un sonno, quella notte. Smetto di raccontare. La domanda dello sconosciuto ascoltatore non mi coglie di sorpresa. La curiosità è un animale vorace. Tentenno. Ma sì, non è giusto tenerlo così sulle spine. Decido di rispondere. Susanna è in campagna ora. A dieci minuti di macchina dalla città. Certo, le ho trovato un’ottima sistemazione. Sotto un buon metro di terra. Il mio interlocutore sgrana gli occhi. Scherzo, naturalmente, mi affretto a dire. Ride, come se gli avessi tolto un macigno di dosso. Rido anche io. La voce all’altoparlante annuncia il suo volo. Deve andarsene. Prima di scomparire del tutto alla mia vista, si volta. Fa un cenno con la mano e ride di nuovo, scuotendo la testa. Lo saluto a mia volta. Poi, dopo aver acceso un’altra sigaretta, ritorno ad essere uno o nessuno. Mi basterà scegliere.
2)TU SEI MIA
Agnese si diresse, con passo deciso, al settore della libreria dedicato ai classici e con una rapida occhiata individuò su un ripiano alto il libro che stava cercando. Stese il braccio per tutta la sua lunghezza, cercando allo stesso tempo di mantenere un equilibrio che apparve immediatamente precario. Sfortunatamente, proprio lo sforzo finale, quando già sentiva la punta delle dita toccare la copertina del corposo volume, la fece cadere sugli scaffali sottostanti. Risultato dell’operazione: due ripiani di libri sparpagliati per terra. La cosa più buffa, però, fu che quello che stava tentando affannosamente di prendere, era rimasto dispettosamente al suo posto. Guardò desolata la distesa di volumi sul pavimento e si chinò a raccoglierli senza neanche accorgersi della presenza di un’altra persona, di fianco a lei, che la stava aiutando. Era un ragazzo alto e magro con degli occhialini a montatura tonda. Indossava, con una certa eleganza trascurata, tipica di chi vuol dare di sé l’immagine dell’ intellettuale, una giacca di velluto marrone su dei pantaloni chiari e una sciarpa color senape. Agnese allungò la mano e afferrò involontariamente quella di lui. Si alzò di scatto e le cadde tutto di nuovo. Il ragazzo si tirò su, e la guardò con aria divertita.
«Va tutto bene?» chiese.
«Si, scusa. Sono stata una stupida. Non mi aspettavo che ci fosse qualcuno accanto a me» rispose.
Iniziò a giocherellare con i capelli. Un gesto di ingenua civetteria, che represse subito. Lui continuò a fissarla e a sorridere.
«Allora, ti posso aiutare o vuoi fare tutto da sola?» le domandò.
Agnese annuì. Quando il ragazzo ebbe riposto l’ultimo libro, si avvicinò e le porse il volume che lei aveva inutilmente cercato di prendere prima. La giovane ne fu gradevolmente sorpresa, ma fece in modo di non darlo troppo a vedere.
«Non mi sono neanche presentato. Mi chiamo Filippo» disse il giovane.
«Agnese. Grazie per l’aiuto» rispose lei.
Il ragazzo le tese la mano. La stretta di lui, vigorosa senza però eccedere, fu accompagnata da uno sguardo che voleva trasmettere fiducia.
«Come facevi a sapere che stavo cercando proprio questo libro?» gli chiese all’improvviso.
Il giovane rimase in silenzio per qualche istante, trincerandosi dietro un sorriso accattivante.
«Te lo dico se lasci che ti offra un caffè. Altrimenti, rimarrà per sempre un mistero» rispose lui, in tono scherzoso.
Agnese accettò, non tanto per soddisfare la propria curiosità, quanto perché aveva avvertito una specie di brivido nel momento in cui si erano scambiati la prima occhiata, e lei credeva ciecamente nelle sensazioni a pelle. Quella mattina tornò a casa con due cose: il libro e un appuntamento con quel ragazzo, la sera successiva.
La mattina seguente, mentre era sotto la doccia, Agnese sentì suonare alla porta. Cercò di far finta di nulla, ma arrivò una seconda, più intensa scampanellata che non poté ignorare. Quando aprì, si trovò davanti un fattorino, con in mano un mazzo di fiori enorme. Lo prese e vide che non c’era nessun biglietto.
«Sei sicuro che dovevi portarlo qui?» chiese.
Il ragazzo alzò le spalle e senza dire una sola parola, le mostrò un appunto su cui c’era scritto un nome e un indirizzo.
«Eh si. Sono proprio io. Dammi soltanto un attimo» disse.
Lui annuì, muovendo la testa. Tornò dal fattorino dopo qualche istante, con venti centesimi in mano. Il giovane guardò prima la moneta, poi lei.
«Braccine corte, eh?» le disse sarcasticamente.
Lei si sentì punta sul vivo, ma prima che potesse mettere assieme una risposta efficace, il ragazzo se ne era andato via. Braccine corte. Se lo andava ripetendo a bassa voce, mentre si dirigeva in bagno, facendo smorfie che volevano essere la caricatura del fattorino. Stava per rientrare, quando suonò il telefono.
«Uffa. Me la lasciate fare questa benedetta doccia?» esclamò irritata.
Afferrò la cornetta.
«Pronto..» disse.
Ripeté la frase due o tre volte. Dall’altra parte nessun suono.
«Allora, ti vuoi decidere a parlare?» domandò innervosita.
Non avendo ottenuto alcuna risposta, interruppe bruscamente la comunicazione. L’apparecchio squillò ancora, ma lo scrosciare dell’acqua le impedì di sentirlo. Appena fu pronta, uscì. Chiudendo a chiave la porta, notò un biglietto attaccato con del nastro adesivo.
«Spero ti siano piaciuti i fiori..» bisbigliò.
Al posto della firma soltanto una effe maiuscola. Filippo, pensò tra sé. Sorrise compiaciuta. Staccò il foglietto e se lo mise in tasca facendo attenzione a non rovinarlo. Arrivata sulla soglia del portone, rimase un po’ delusa nel constatare che lui non era lì ad aspettarla. Provò a cercarlo con lo sguardo, ma del ragazzo nessuna traccia.
«Pazienza. Vorrà dire che aspetterò fino a stasera per vederlo» mormorò.
Rimise le chiavi della macchina nella borsa, e iniziò a incamminarsi a piedi verso l’ufficio. Trovò piacevolmente stravagante questa sua decisione del tutto inconsueta, così come non provò alcun fastidio per la pioggerellina che iniziò lentamente a scendere, senza che lei avesse con sé l’ombrello. Per tutta la giornata ebbe la stranissima sensazione di camminare su un tappeto di nuvole. Fino a che non guardò l’orologio. Le diciotto e trenta. Soltanto due ore all’appuntamento. Elencò mentalmente tutte le cose che andavano assolutamente fatte prima di poter uscire, e le parve di avere davanti una montagna da scalare. Lo sguardo di lui, quando arrivò al locale, la rassicurò che aveva brillantemente raggiunto la vetta.
Tornò a casa a tarda notte. Incontrò quel ragazzo molte altre volte, fino ad arrivare a vederlo tutti i giorni. Si sentì travolta da lui, che ricambiò la sua passione con eguale, se non maggiore, intensità. Sembrava non ci fossero ostacoli alla loro felicità. Per qualche tempo Agnese trovò eccitante, con tutte le sfumature che usa concedersi l’animo femminile in questi casi, non soltanto il suo sentire di appartenergli, ma anche il modo perentorio e assoluto in cui lui lo rivendicava. Poi pian piano le cose iniziarono a cambiare. La meticolosa attenzione che il giovane metteva nel soddisfare tutti i suoi desideri, perfino quelli che lei era sicura di tenere soltanto per sé, cominciò a lasciarle la vaga sensazione di essere in una gabbia dorata. I contatti con le sue amicizie, sia maschili che femminili, presero a diradarsi fino a cessare del tutto. Fu un processo lento ma continuo, di cui Agnese si rese pienamente conto, soltanto col tempo, quando era ormai giunto a conclusione. Lui le aveva fatto terra bruciata intorno, alienandole anche l’affetto delle persone che le erano più intime. Ne ebbe la conferma un sabato mattina. Ritornando dal mercato intravide Carla, la sua migliore amica, che non sentiva ormai da tempo.
«Carla» esclamò, accelerando il passo verso di lei..
La ragazza fece finta di non aver sentito e proseguì a camminare.
«Ehi, Carla» ripeté allora a voce più alta.
L’amica capì che non avrebbe potuto, o forse semplicemente non volle, continuare nel suo atteggiamento d’indifferenza. Sospirò nervosamente. Si girò e aspettò che Agnese le arrivasse di fronte. La giovane si fermò, passò le buste della spesa da una mano all’altra e sorrise, mentre Carla rimase con le labbra serrate, con un’espressione cupa, un misto tra rabbia e delusione. Anche lei allora smise di sorridere.
«Ma che fine hai fatto? E’ successo qualcosa?» chiese Agnese sinceramente preoccupata.
«Hai anche il coraggio di chiedermelo..» sibilò irritata l’amica.
«Che cosa intendi dire?» domandò lei.
«Come hai potuto? Io mi fidavo di te..» iniziò l’altra.
Non riuscì a proseguire per la rabbia. Agnese la guardò incredula.
«Ma..» provò a ribattere.
L’altra la zittì sdegnosamente.
«Niente ma. Con quale coraggio hai detto a Lorenzo che non volevo un bambino da lui? Mi ha lasciato. Se ne è andato per colpa tua» disse Carla furibonda.
«Ma che dici. Non mi sarei mai sognata di fare una cosa simile. Per giunta a te che sei la mia migliore amica» disse lei.
«Tu eri l’unica a saperlo oltre me» ribatté l’amica.
«Evidentemente non era così» sentenziò Agnese.
La sicurezza ostentata dalla ragazza irritò ancora di più l’altra.
«Mi ha fatto vedere la mail che gli hai mandato. Fa un favore a tutte e due: non farti più né vedere né sentire» disse, fissandola con uno sguardo gelido.
Agnese non riuscì a dire più nulla. La spesa le cadde dalle mani e non poté far altro che guardare Carla, che per lei era sempre stata come una sorella, andare via velocemente, come se volesse mettere quanta più distanza fosse possibile tra di loro. Riacquistò la calma a poco a poco, non senza fatica, e si avviò lentamente verso casa. Filippo l’aspettava leggendo un quotidiano, seduto sugli scalini accanto al suo appartamento. Il ragazzo, quando vide l’ascensore fermarsi al piano, ripiegò il giornale e si avvicinò. Lei lo salutò con un bacio. Entrarono in casa. Passò qualche minuto nel silenzio più assoluto. All’improvviso la giovane sollevò la testa, colta da un dubbio atroce, che sperò essere soltanto una sua fantasia.
«Amore, ieri non ho potuto controllare le mie mail. Potresti farlo tu, per favore?» esclamò dalla cucina.
«Certo» rispose lui prontamente.
Effettuò le poche operazioni necessarie in breve tempo, e sullo schermo apparve la casella di posta della ragazza. Non c’erano mail da leggere. Si voltò intenzionato a domandare per quale motivo gli avesse chiesto di fare una cosa che, in realtà, aveva già fatto da sé. Agnese era in piedi alle sue spalle e lo fissava.
«Come fai a conoscere la mia password?» gli domandò bruscamente
Filippo cercò di nascondere l’imbarazzo, trincerandosi dietro un sorriso.
«Che ne so. Me l’avrai detta tu» rispose.
«No» ribatté lei duramente.
I due si fissarono per qualche istante senza dire una parola. Filippo tentò di mettere in piedi una spiegazione che potesse essere credibile, ma la ragazza non volle starlo a sentire.
«Vai immediatamente fuori di qui» urlò.
Tentò di convincerla a farlo restare, ma lei si infuriò di più. Cercò di abbracciarla, di baciarla. Agnese si divincolò e lo respinse.
«Non ti avvicinare. Vattene via» disse brandendo un tagliacarte.
Lui fece un passo in avanti e lei, menando fendenti alla cieca, lo ferì leggermente a un braccio. A quel punto il ragazzo desistette. Infilò la giacca e si avviò all’ingresso. Arrivato sulla soglia si arrestò, girandosi verso di lei. La fissò con uno sguardo che le diede i brividi.
«Tu sei mia» le disse e uscì.
Agnese si affrettò a chiudere, girando il chiavistello per maggior sicurezza.
«Tu sei mia , capito? Mia » urlò lui, tirando un pugno contro la porta.
Ne sferrò un secondo e poi un terzo, ripetendo sempre la stessa frase, che echeggiò fin nell’androne, con un suono reso più minaccioso dal rimbombo. La ragazza ne fu sconvolta. Andò alla finestra per controllare che stesse effettivamente andando via. Era in strada e camminava inveendo, come un ossesso. Si voltò ancora un paio di volte, guardando verso di lei con gli occhi pieni d’odio, e poi scomparve dietro l’angolo di un palazzo.
Passò il giorno seguente chiusa in casa. Il mondo fatato in cui aveva creduto di vivere fino a quel momento, non esisteva più. Era crollato come un castello di carte, spazzato via da un semplice soffio di vento. Al suo posto soltanto rovine e solitudine. Non riusciva a perdonarsi di essere stata così cieca e stupida, da lasciarsi manipolare in quel modo. Tentò di mettersi in contatto con Carla, ma come aveva temuto, lei non volle saperne. Questo la rese ancor più depressa e nervosa. Pensò che svuotare il frigorifero potesse essere una buona terapia per tirare su il suo morale, e in effetti l’umore migliorò, seppur in misura inferiore alle aspettative. Arrivò la sera senza che lei se ne accorgesse, tanto era impegnata a compiangersi, nel tentativo immediato di risollevarsi mangiando quantità enormi di cibo. Vinta dalla spossatezza, sull’orlo di una indigestione, si addormentò come un sasso. Un suono ossessionante la costrinse ad aprire gli occhi. Impiegò alcuni secondi a riconoscere la suoneria del suo cellulare. Guardò istintivamente la radio sveglia sul comodino. Erano da poco passate le due. Afferrò il telefonino, e riconoscendo il numero di Filippo non rispose. Tornò il silenzio. Neanche cinque minuti e riprese di nuovo a squillare. Agnese non rispose neanche stavolta. Quando il suono di Badinerie echeggiò nella stanza per la terza volta, agguantò rabbiosamente l’apparecchio.
«Che cosa vuoi?» chiese imbestialita.
«Sei una puttana. Non ti libererai così di me» rispose lui.
Chiuse la comunicazione. Il telefono squillò un’altra volta. Lo ignorò. Per un po’smise, ma poi riprese a suonare insistentemente, a intervalli regolari. Spense per evitare di impazzire. Guardò verso il comodino. Le quattro e un quarto. Snervata, poggiò la testa sul cuscino e si raggomitolò su sé stessa. I dettagli della stanza divennero sempre più indistinti e finalmente il buio la avvolse. La mattina sembrò arrivare in un attimo. Agnese aprì gli occhi qualche minuto prima che suonasse la sveglia. La disattivò. Per un po’ rimase a letto, a guardare il soffitto. Quella nottataccia le pesava da morire. Fu tentata di lasciare che le palpebre si chiudessero di nuovo. Che cosa sarebbe stata in fondo un’altra ora? Il pensiero del lavoro la spinse a tirarsi su, sebbene contro voglia. Andò a prepararsi un caffè. Uscì di casa in pochissimo tempo. Arrivata nell’androne, si fermò davanti al pesante portone di legno del palazzo. E se fosse stato lì fuori? Il pensiero la fece rabbrividire. Decise di attendere qualcuno che uscisse insieme a lei. La fortuna fu dalla sua. Nel giro di un paio di minuti udì dei passi per le scale. Come ogni mattina, la signora del primo piano accompagnava a scuola i suoi due bambini prima di andare al lavoro. La donna aprì e fece passare i figli, seguendoli subito dopo, senza neanche salutare. Agnese indugiò un istante sulla soglia. Non c’era nessuno e lei si sentì tremendamente stupida. Stupida e vigliacca. Andò alla macchina, circa cinquanta metri più in là, con passo svelto. Stava per accendere, quando notò qualcosa sul parabrezza. Sulle prime pensò a un biglietto, poi guardando meglio, si accorse che era soltanto un volantino pubblicitario. Tirò un sospiro di sollievo. Abbassò la sicura delle portiere. Girò la chiave ma il motore stentò ad avviarsi e lei colpì il volante stizzita. All’improvviso sentì che qualcuno cercava di aprire lo sportello. Si girò e lui era lì, che la fissava.
«Ti prego scendi» disse Filippo, con voce supplichevole.
Lei non rispose, anzi intensificò i tentativi di accendere l’auto.
«Dammi la possibilità di spiegare. Non mi puoi mollare così» continuò.
Iniziò a battere sul finestrino in modo sempre più rabbioso.
«Scendi ti ho detto. Tu sei mia» urlò.
La macchina ebbe un sussulto e si mise in moto. Agnese diede un colpo di acceleratore e partì di scatto, a retromarcia, senza neanche guardare se ci fosse qualcuno dietro di lei. Urtò contro un’utilitaria che stava arrivando proprio in quel momento. Dalla vettura scese un uomo che, dopo aver dato un’occhiata sommaria alla carrozzeria della propria auto, iniziò a inveire contro Agnese, che invece era rimasta al suo posto, senza avere neanche il coraggio di voltarsi. Filippo si avvicinò e iniziò a insultarlo. I due si spintonarono per un po’, minacciandosi a vicenda. Agnese approfittò della situazione e ripartì a razzo. Guardando dallo specchietto retrovisore vide che i due se le stavano dando di santa ragione. Li divideranno, pensò. Dopo qualche centinaio di metri, voltò a destra e scomparve nel flusso caotico del traffico.
Arrivò in ufficio molto scossa, anche se fece di tutto per non darlo a vedere. Un saluto veloce alle colleghe, il tempo di posare le proprie cose, e si infilò nel bagno. Pianse per un po’, ma non riuscì a scaricare la tensione come avrebbe voluto. Continuò a sentirsi come una bomba pronta a esplodere. Si buttò a capofitto nel lavoro. All’improvviso il telefono sulla sua scrivania suonò. Lei rimase a fissarlo, mordicchiandosi le labbra. Dopo un certo numero di squilli, le altre persone nella stanza cominciarono a guardarla infastidite.
«Ti vuoi decidere a rispondere?» le disse la ragazza che sedeva proprio di fronte a lei.
Agnese alzò la cornetta.
«Pronto…» disse.
L’esitazione dell’interlocutore, la innervosì. Stava per riappendere, quando dall’altra parte iniziarono a parlare. L’espressione del suo viso si distese a mano a mano che procedeva la conversazione. Trovò anche l’occasione per farsi quattro risate e dimenticare per un po’ i suoi problemi. La giornata proseguì, tra gli alti e bassi dovuti alla stanchezza e alla noia, senza eccessivi scossoni. Stava per andar via, quando le si avvicinò la stessa persona che l’aveva rimproverata prima.
«Certo che il tuo fidanzato è proprio un angelo» le disse.
Nello sguardo della ragazza si leggeva chiaramente un pizzico di invidia. Agnese sgranò gli occhi.
«Perché?» chiese, leggermente irritata
«Filippo è di sotto che ti aspetta, con uno splendido mazzo di fiori in mano» rispose l’altra, col tono di chi avrebbe voluto essere al suo posto.
Agnese corse alla finestra e tornò indietro poco dopo, con aria perplessa.
«Ti sei sbagliata. Giù non c’è nessuno» disse.
«Non credo. Era proprio qui di fronte. Si sarà spostato» rimbeccò l’altra acidamente.
Un brivido le percorse la schiena. Andò a sedersi alla scrivania. Rimase assorta, per qualche istante, cercando di raccogliere le idee. Si rese immediatamente conto che la situazione andava risolta in un modo o nell’altro e decise che l’avrebbe affrontato. Una volta per tutte. Uscì dal portone quasi correndo, come se volesse accelerare la conclusione di quella storia. Non vedendolo, si guardò intorno. Filippo sbucò da dietro l’angolo del palazzo e si diresse verso di lei, fermandosi alle sue spalle.
«Ciao» disse all’improvviso.
La ragazza trasalì.
«Ma sei impazzito? A momenti mi facevi prendere un colpo» rispose.
Calò il silenzio. Il nervosismo di entrambi era palpabile.
«Questi sono per te» riprese Filippo.
«Non li voglio» sentenziò Agnese.
«Non fare così. Io lo so che tu mi ami e lo sai anche tu» disse lui.
Il ragazzo le porse di nuovo i fiori ma Agnese li rifiutò.
«Questa storia non può andare avanti» disse lei freddamente.
«Non voglio sentire queste cose. Tu sei mia e mia soltanto» tentò di controbattere lui.
Agnese andò su tutte le furie. Gli strappò il mazzo dalle mani e lo gettò lontano.
«Adesso basta. Non voglio più vederti intorno a me» urlò.
Filippo fu colto di sorpresa dalla reazione della ragazza, ma si riprese subito. Alzò la mano per colpirla ma si bloccò, scaricando poi la propria rabbia contro il finestrino di un’auto parcheggiata lì di fianco. Iniziò a sanguinare. Agnese impallidì. Corse via. Filippo invece rimase immobile.
«Tanto è inutile che scappi» le urlò, mentre si allontanava.
La ragazza arrivò alla macchina tutta trafelata. Non guardò neppure se l’avesse seguita, ma partì immediatamente. Come poteva l’animale sotto l’ufficio, essere la stessa persona che, soltanto qualche giorno prima, la riempiva di attenzioni, ripeteva tra sé. Non riuscì a trovare una risposta adeguata. Le sembrò di impazzire, come se stesse precipitando all’inferno. Ma la cosa peggiore fu il terrore di non poterne uscire.
Proprio come temeva, Filippo non si diede per vinto. L’aspettò all’uscita dal lavoro tutti i giorni, nonostante lei cercasse di andare via in orari sempre diversi, per non incontrarlo. Lui stava lì, appoggiato al muro del palazzo di fronte oppure a una macchina. Con o senza fiori. Tentava di farla ragionare, giurando e spergiurando di essere cambiato e poi, di fronte al suo rifiuto, si lasciava andare a esplosioni di violenza, guardandosi però bene dal toccarla. Non gli importava che ci fosse qualcun altro. Lo faceva e basta. Agnese era terrorizzata. Non riuscì a trovare pace neanche in casa. Il citofono suonava in qualsiasi momento. Giorno o notte non faceva differenza. Filippo passava, con disinvoltura, dal dirle che l’amava e non poteva vivere senza di lei, a insultarla come fosse una donna di strada. Dovette subire anche le lamentele degli altri condomini, infastiditi dal chiasso. Anche il sarcasmo di qualcuno che Filippo aveva avvicinato e istruito a dovere con la sua verità. Ma questo fu il male minore. La situazione cominciò a pesare sul suo rendimento al lavoro. Il capo non vide di buon occhio le continue distrazioni, i ritardi, il malumore che si era creato tra i colleghi, all’inizio comprensivi ma ormai decisamente ostili, e le disse chiaramente che se le cose non fossero cambiate, l’avrebbe licenziata. Già, i colleghi. Come non capirli. Filippo non aveva risparmiato nessuno di loro. A ognuno erano state elargite massicce dosi di insulti e minacce. Era stata messa all’angolo. Sola. Esasperata, pensò di rivolgersi alla polizia.
«Purtroppo in Italia non esiste una legislazione specifica in materia» le disse il poliziotto che l’aveva ricevuta, pregandola di accomodarsi.
«Ma allora io che cosa posso fare?» chiese lei di rimando.
L’uomo esitò un istante. Alzò le braccia, come in segno di resa.
«Noi possiamo intervenire soltanto se lui dovesse farle del male. Che so….assalirla, ferirla..» iniziò a dire.
«Uccidermi» concluse amaramente Agnese.
Il poliziotto la fissò senza aggiungere altro e lei capì di aver fatto un buco nell’acqua. Uscendo dal commissariato vide Filippo a una ventina di metri, vicino a un lampione. Si diresse verso di lui imbestialita.
«Devi lasciarmi in pace bastardo» urlò.
Lui fece finta di cadere dalle nuvole.
«Dici a me? Io me ne sto qui senza dare fastidio a nessuno» disse.
«Sei un pezzo di merda» continuò lei sempre più furiosa.
Alcuni passanti, incuriositi dalle sue grida si fermarono a osservare la scena.
«Ma questa è pazza. Ma che cosa vuole da me?» disse lui cercando con lo sguardo il sostegno dei presenti.
La folla iniziò a rumoreggiare prendendo le parti di Filippo e così ad Agnese non restò che andarsene. Bella pensata che ho avuto, oltre al danno pure la beffa, disse tra sé. Si incamminò verso casa con le lacrime agli occhi per la rabbia e l’umiliazione. Il giorno successivo, dopo le solite telefonate, gli insulti al citofono e averle fatto passare la notte praticamente in bianco, Filippo passò all’attacco e si presentò al suo lavoro. Andò ad aprire una collega. La scostò brutalmente. La porta del suo ufficio si spalancò all’improvviso e lui entrò.
«Io ti amo Agnese e anche tu mi ami. Tu dici di no, ma non è vero» disse in tono fintamente pacato.
Agnese non aprì bocca. Si limitò a fissarlo.
«Avanti dillo. Dillo che anche tu mi ami» urlò.
La ragazza rimase impietrita. Inizio a tremare. Due colleghi si gettarono su di lui.
«Brutta puttana. Perché mi fai questo?» le gridò, tentando di divincolarsi.
Ne ebbero ragione a fatica e finalmente fu sbattuto fuori. La stanza di Agnese sembrava un campo di battaglia. Sedie rovesciate, faldoni sparpagliati un po’ dovunque, una stampante a pezzi. Il capo apparve sulla soglia e la guardò con un’espressione che non prometteva nulla di buono. Agnese si alzò e gli andò incontro. Cercava di mettere insieme le parole per limitare i danni, ma non era cosa facile. Proprio mentre stava per iniziare a parlare la finestra fu fracassata da un sasso.
«Puttana» si sentì urlare.
Si affacciarono, ma Filippo era già sparito.
Perdere il lavoro fu per Agnese il colpo di grazia. Restò per giorni e giorni tappata in casa, come un animale nella tana. Il suo appartamento aveva cambiato aspetto e anche lei non sembrava la stessa ragazza. Se ne stava per ore rannicchiata nel letto disfatto. Si alzava soltanto per mangiare. I capelli sudici, spettinati e un cattivo odore che si sentiva anche a distanza, indicavano che non si lavava neanche più. Telefoni staccati, tapparelle abbassate, nessun contatto con l’ esterno. Filippo l’aveva annientarla. Che razza di amore può essere questo, si chiese più volte Agnese, durante i frequenti soliloqui che riempivano le sue giornate nei momenti in cui non si lasciava prendere dal sonno. Non riuscì a darsi una risposta. Riprese i suoi rapporti con il mondo perché il frigorifero era ormai vuoto da almeno due giorni, e lei stava morendo di fame. Il brandello di dignità che le era rimasto le impose di farsi una doccia prima di uscire, per essere almeno presentabile. La disperazione era tale che non si preoccupò neanche che fuori potesse incontrare Filippo, che in ogni caso non aveva mancato di farle sentire la sua presenza dietro la porta o usando il citofono come fosse uno strumento di tortura. Appena fu per la strada, si fermò, chiuse gli occhi un momento e fece un respiro profondo, come se volesse assaporare in una sola volta tutti gli odori da cui si era separata. Era una mattinata splendida. I colori avevano un che di violento, come se il sole riuscisse a renderli più intensi, facendo sentire anche lei, di colpo, nuovamente viva. Fu in quel momento che Agnese capì che doveva andar via di lì, magari per sempre. Non una fuga, ma un nuovo inizio.
Le tende svolazzarono, mosse dalla brezza che arrivava dal mare. Un leggero brivido le percorse la pelle. Aprì gli occhi, rimanendo per un po’ a osservare i giochi di luce e ombra che il sole faceva sulla parete. Adorava la domenica. Andò alla finestra e sbirciò fuori. La spiaggia a quell’ora era deserta, soltanto qualche anziano pescatore tra gli scogli. L’acqua appariva immobile, dello stesso blu del cielo, tanto che distinse a fatica l’orizzonte. Si voltò, stirandosi per rimettere in moto tutti i muscoli. Lo sguardo le cadde sullo specchio. Diventi ogni giorno più carina Agnese, disse tra sé. Sorrise.Tutto era nuovo nel monolocale in cui viveva da qualche mese. Il mobilio, i quadri alle pareti. Aveva scelto una tranquilla cittadina sulla costa. Palazzine al massimo di tre piani, gente cordiale. Le era persino tornata la fiducia negli uomini. Anzi, in un uomo in particolare, Nino, un collega assunto anche lui da poco. Non era bello, piuttosto un tipo avrebbe detto, ma con lui si sentiva serena. Il passato non appariva più nei suoi sogni e questo le permetteva di guardare al futuro con un animo diverso. Le rimaneva un solo cruccio. Riprendere i rapporti con Carla. La sua lontananza era una ferita che non voleva saperne di rimarginare. Per questo aveva affidato a un amico comune una lettera in cui le spiegava tutto quello che era accaduto, indicando alla fine il suo nuovo indirizzo e numero di cellulare. Sperava, di più, sentiva che lei avrebbe capito e agito di conseguenza. Aspettava con trepidazione il momento in cui il telefono avrebbe suonato e il suo nome sarebbe apparso sul display. Passata la domenica, un’altra settimana iniziò sotto un cielo cupo per via delle nuvole. Scelse con cura il vestito per andare in ufficio e andò a prepararsi. Un’ultima occhiata allo specchio. Mise a tracollo la borsa e si avvicinò all’uscita. Il cellulare squillò proprio in quel momento. Provò una strana sensazione. Guardò il telefonino e era proprio l’amica. Sorrise. Aprì la porta, tenendo il cellulare vicino all’orecchio.
«Pronto..» disse Carla, emozionata.
Non ci fu alcuna risposta.
«Pronto..» continuò la voce dall’altra parte.
Agnese rimase sulla soglia. Immobile. Chiuse d’istinto la comunicazione. Lo sguardo fisso sulla parete di fronte al suo appartamento. Si poggiò allo stipite. Sentì che le gambe non l’avrebbero sorretta ancora per molto. Non riusciva a credere ai propri occhi. Sul muro, bianco fino alla sera prima, campeggiava una scritta in vernice nera, che lo occupava quasi completamente. Diceva: Tu sei mia. F.
fisso sulla parete di fronte al suo appartamento. Si poggiò allo stipite. Sentì che le gambe non l’avrebbero sorretta ancora per molto. Non riusciva a credere ai propri occhi. Sul muro, bianco fino alla sera prima, campeggiava una scritta in vernice nera, che lo occupava quasi completamente. Diceva: Tu sei mia. F.
3)QUARTO: ONORA IL PADRE
Tiro su la tenda e come per magia, le ultime luci del tramonto invadono la stanza, poggiandosi morbidamente sui mobili e sulle pareti, come un telo dorato. Un altro giorno se ne sta andando. Rimango qualche minuto a osservare quel che accade all’esterno. La città si va sempre più punteggiando di finestre illuminate, stelle metropolitane di un cielo fatto di vetro e cemento, che a un’occhiata distratta, alle volte, può sembrare privo di vita, ma non lo è affatto.
C’è un’altra persona con me in questa stanza. Mio padre. Mi volto verso di lui.
«Non ti devo niente e tu lo sai» esordisco.
Potevo dire qualunque altra cosa, ma chissà perché ho scelto proprio questa frase per iniziare a parlare. Forse per il fatto che la fortuna che ho avuto di nascere in una famiglia ricca, piuttosto che in un’altra con minori mezzi, mi è stata rinfacciata così tante volte. Come il mio andamento altalenante negli studi. Il risentimento che provo nei confronti di quest’uomo è talmente evidente, da rendere quasi banale quello che sto dicendo, ma la sensazione di liberazione, un peso che non è più sulle spalle, è indescrivibile e io non riesco più a frenarmi. Sono anni che covo questo rancore.
Mi avvicino di un paio di passi.
«Io non ti devo niente» ripeto, calcando ogni sillaba perché arrivi più duramente.
Sapevo già che non avrei ottenuto nessuna risposta da lui. Se fosse stato altrimenti, forse, non avrei avuto il coraggio di dirglielo in faccia. Non in questo modo almeno. Ne ho sempre avuto soggezione. Questa sera però, questa sera no.
Un istante di pausa, il tempo di passarmi il dorso della mano sulle labbra, per pulirle dalla mia salivazione eccessiva.
«Per te io sono sempre stato un fallito » continuo.
Non riesco a dire altro. La rabbia mi impasta la bocca. Mi volto e vado di nuovo alla finestra. Ora c’è meno luce fuori. Il buio sta creando uno schermo scuro. Vedo la mia immagine riflessa. Non sono messo tanto bene, lo ammetto, ma non è tutta colpa mia. Non cerco giustificazioni, no. Soltanto i deboli lo fanno. Passo la mano tra i capelli che, ormai, sono diventati pochi. Da quanto non entro in questa stanza, mi chiedo. Risposta facile, dodici anni. Dal giorno in cui il mio carissimo padre mi invitò ad andarmene. Come è mai possibile che tu sia mio figlio disse, e ricordo che aggiunse, vorrei che tu fossi morto. O che non fossi mai nato, forse. Beh, non fa molta differenza, anche se allora fu una stilettata dritta al cuore. Ci sono stato male per non so quanto tempo, ma adesso è un particolare senza significato, perché questo figlio che lui ha dimenticato di avere, ora lo ha fatto chiamare. Una bella rivincita, penso. Sorrido mentre mi sistemo il vistoso riporto. Stropiccio gli occhi leggermente affaticati dalla poca luce. Mia madre, mi ha telefonato al lavoro oggi, anche se non so come abbia avuto il numero, dicendo che voleva vedermi. Ma la realtà è un’altra: mio padre ha bisogno di me. C’è voluto poco a capire. L’ ho trovato in questa stanza, disteso sul letto, lo stesso in cui mi ha concepito, ridotto ad un vegetale o quasi. Da dieci anni può muovere soltanto gli occhi, ma la sua mente è sveglia. Vuole morire perché la sua non è più vita mi ha detto mia madre appena arrivato, aggiungendo, tu sei un medico e in fin dei conti è tuo padre. Devi farlo, se non per lui, almeno per noi. Potevo andarmene e basta, invece no, ho chiesto di vederlo. Da solo. La mia risposta voglio darla soltanto a lui. Il suo sguardo mi segue e sembra che sondi la mia espressione per capire che intenzioni ho. Lo farà o no, si sta chiedendo. E sia, ora la tua curiosità sarà soddisfatta.
«Lo so che puoi capirmi» dico avvicinandomi al letto.
Sono sopra di lui. Siamo occhi negli occhi. Guardo i lineamenti di mio padre e mi soffermo su alcuni particolari del suo volto che a tratti sono anche i miei.
«Non te lo farò questo favore. Devi vivertela fino in fondo questo schifo di vita» proseguo, facendo in modo che possa vedere bene le mie labbra mentre pronuncio queste parole. E’ arrivato il momento che vada. Lui mi guarda mentre mi allontano. Richiudo la porta dopo essere uscito. Esco di casa senza parlare con nessuno e mi avvio lungo il viale. Non ho rimorsi. In compenso mi è venuta fame. Pizza o pasta mi chiedo. Ci penso un attimo su. Vada per la pizza, e rido.
4)ELEONORA
Come ho fatto a capire che fosse quella giusta? Non lo so, istinto forse. Lei, in ogni caso, è bellissima. Sono emozionato. La vedo arrivare. Cammina con calma, canticchiando a bassa voce una canzone di Mina. Non voglio sbagliare nulla. Tutto deve essere perfetto, fin nel più piccolo particolare, perché non credo che avrò una seconda occasione. Io sono una persona estremamente timida ed impacciata. Mi viene in mente la prima volta che l’ ho vista. Era primavera. Gli inizi di maggio per la precisione. Stavo andando a comprare il giornale e non so per quale banale discussione con un condomino, mi sono attardato sulla soglia del portone prima di uscire. Di fronte a me, dall’altra parte della strada, c’era lei. Non era sola. Il sole illuminava i suoi capelli rosso tiziano facendoli sembrare una fiamma viva. Ha riso ed io ho avuto un brivido. In quell’istante ho capito che doveva essere lei. Ho preso il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e l’ ho portato prima alle labbra e poi alla fronte, chiudendo gli occhi un istante, come per assaporare quell’emozione, per imprimerla in modo indelebile nella memoria. Quando li ho riaperti, il gruppo di cui faceva parte si era già allontanato in tutta fretta. Ho dato un’occhiata all’orologio e ho deciso che l’indomani avrei fatto in modo di trovarmi nello stesso posto, alla stessa ora. Il giorno seguente non riuscii a vederla. Forse era andata via prima o dopo, chi lo sa. Sta di fatto che non era lì. Ho aspettato almeno un’ora, stringendo nervosamente il mio fazzoletto tra le mani. Di tanto in tanto mi mordicchiavo le labbra. Dal portone di fronte uscivano decine di persone ma di lei sembrava non ci fosse traccia. Li guardavo, uno per uno, cercando di non farmi scoprire, per vedere se riuscivo a riconoscere i suoi amici. In quel caso, forse, sarebbe arrivata anche lei. Niente. Soltanto facce anonime. Un’attesa vana durata giorni. Non l’ ho rivista che due settimane dopo. Per caso. Era ferma, al lato del portone dell’edificio di fronte, con un’altra ragazza. Discutevano allegramente. Ho attraversato con calma la strada. Stavano parlando come se anche loro non avessero fretta di rientrare. La guardavo come rapito. Avvicinandomi, ho sentito distintamente l’altra che la chiamava Eleonora. Le sono passato di fianco, lentamente, senza volgere lo sguardo verso di lei. Il profumo che indossava era inebriante. All’improvviso, contrariamente alla mia natura riservata, ho sentito l’impulso di dirle qualcosa, di attirare la sua attenzione, ma alla fine non ne sono stato capace. Le mie labbra sono rimaste serrate, come se non ce l’avessi neppure una bocca con cui parlare e ho proseguito oltre, fino all’angolo. Mi sono voltato, ma era già scomparsa. Ora lei è qui davanti a me e mi fissa, senza dire una parola. Dio che occhi. Meravigliosi. Le sorrido. Lei ricambia, accennando un movimento del capo, con grazia. Una luce fioca ci illumina entrambi. Faccio un passo in avanti, continuando a guardarla negli occhi. La lama del rasoio, affilatissima, arriva veloce e precisa, dritta alla sua giugulare. Un colpo soltanto. Nessuna possibilità di scampo. Eleonora si appoggia prima al muro con la schiena, poi inizia a scivolare verso il pavimento. Nemmeno un lamento. La sorreggo, accompagnando il suo corpo che si affloscia come fosse una marionetta a cui hanno tagliato i fili. Provo un brivido di eccitazione. Mi guarda sorpresa, smarrita. Sembra che voglia dire qualcosa ma non le esce che un gorgoglio sommesso. Qualche istante e i suoi occhi diventano vacui, abbandonati dalla vita. Il suo profumo è ancora intenso. Lo respiro con voluttà. Un ultimo sguardo e poi un solo pensiero: lei è mia per sempre.
5)L'APPUNTAMENTO
Si svegliò con in testa il ritornello di una vecchia canzone, Il Ragazzo della Via Gluck. Forse perché anche lui, come il protagonista, ritornava al suo paese dopo anni che era stato lontano. Dieci, per la precisione. Ci era capitato per lavoro, al posto di un collega, e aveva deciso di rimanere lì anche per il fine settimana. Si era tolto la soddisfazione di scendere in un albergo di lusso, un cinque stelle, proprio sulla piazza principale. Oltre alla comodità della posizione centrale, aveva il vantaggio che poteva far morire d’invidia qualche suo vecchio conoscente, casomai l’avesse incontrato. Il chiasso che proveniva dalla strada attirò la sua attenzione. Sempre canticchiando, andò alla finestra. Aprì. Insieme all’aria fresca del mattino entrarono anche i suoni e gli odori che credeva di aver dimenticato. Tornò a prepararsi con calma, curando ogni particolare, dal vestito al taglio della barba. Notò con leggero disappunto la comparsa di qualche fastidiosa ruga d’espressione intorno agli occhi, che lo faceva sembrare più vecchio dei suoi trenta anni. Uscendo dall’albergo si mise un paio di occhiali da sole per darsi un tono, e iniziò a camminare spavaldo, impettito come i piccioni di cui era piena la piazza. Nonostante guardasse in tutte le direzioni per vedere qualcuno dei suoi vecchi amici, incrociò soltanto persone anziane, e nessuno di loro prestò la minima attenzione a lui o a quel che stava facendo. Ad eccezione della vecchia vicina di casa che, avendolo riconosciuto, lo chiamò per mandare i saluti alla madre. Dopo alcuni sorrisi di circostanza, guardò l’orologio come se avesse un impegno, e si allontanò scusandosi. Fece ancora qualche passo e si arrestò di scatto. Mio Dio ma quella è Lucilla, pensò. Spostò gli occhiali sulla fronte per essere sicuro di aver visto bene. Non c’erano dubbi, era proprio lei. Vide che svoltava in una via secondaria e la seguì.
«Lucilla» esclamò, perché si fermasse.
La ragazza si girò e assunse un’espressione interrogativa.
«Non mi riconosci?» domandò.
Lei scosse la testa.
«Sono Sergio» disse.
Lucilla sorrise. Le andò incontro. I due si scrutarono in silenzio per qualche istante.
«Sei cambiato» disse la ragazza.
«Anche tu, vedo» rispose lui.
Lei continuò a guardarlo quasi volesse assicurarsi che fosse proprio chi diceva di essere.
«Posso offrirti qualcosa?» chiese Sergio.
«Ti ringrazio, ora è tardi» rispose cortesemente lei.
«Allora perché non ci vediamo nel pomeriggio?» disse lui di rimando.
La ragazza ci pensò su un attimo.
Vedendo che tentennava, ma non era del tutto contraria, Sergio fece l’impossibile per convincerla, e alla fine, le strappo un si.
«Dove?» chiese lui.
«Ricordi ancora dove ci incontravamo, giù al lago?» domandò Lucilla.
«Certo» rispose.
«Alle cinque» disse lei.
«Alle cinque sarò lì» sentenziò.
La ragazza si allontanò, senza aggiungere altro se non un cenno di saluto. Sergio rimase a guardarla, finché non la perse tra la folla.
Lucilla giunse al luogo dell’appuntamento in ritardo. Era una piccola insenatura, facilmente raggiungibile anche a piedi e appartata. Poteva sembrare il posto ideale per un incontro clandestino, ma la verità era che da quella posizione si godeva di una splendida vista del lago. Come una cartolina.
Arrivò alle spalle dell’uomo sbucando da dietro un cespuglio, senza far rumore.
«Ciao Sergio» disse con voce calma.
Lui si voltò e le fece un cenno.
Rimasero qualche istante immobili, non sapendo nessuno dei due quale fosse il modo più appropriato di salutarsi. Decise lei per tutti allora, e gli porse la mano. Passarono qualche minuto in silenzio.
«Quando ero bambina credevo che fosse panna» esclamò lei all’improvviso.
«Che cosa?» chiese, guardandola con aria interrogativa.
La ragazza spostò una ciocca di capelli che le era andata davanti agli occhi.
«Le nuvole» rispose.
«Le nuvole?» ripeté lui.
«Si. Non ti sembrano delle montagne di panna?» disse.
Sergio rise rumorosamente.
«Quelle alte e bianche, intendo» precisò Lucilla.
L’uomo scosse la testa continuando a ridere.
«Scommetto che ancora lo pensi» disse Sergio.
L’espressione della ragazza cambiò.
«Non sono più una bambina. Da tanto tempo» rispose.
Volse lo sguardo altrove.
«Già» bisbigliò lui.
Lucilla si avvicinò alla riva del lago. Dopo qualche istante Sergio le arrivò di fianco.
«Aspettavi da tanto?» chiese lei.
«Neanche cinque minuti» rispose l’uomo.
Stava mentendo. Erano almeno venti. E anche il suo atteggiamento di noncuranza era falso, come una banconota da sei euro. Gliene aveva dette di tutti i colori mentre era ancora assente. Lucilla aveva capito che non era vero ma fece finta di non accorgersene e iniziò a seguire con gli occhi il profilo della costa, fino ad una serie di scogli, non molto distante da lì, che formava un pontile naturale. Notò una sagoma vestita di scuro, che armeggiava nervosamente con una canna. Sorrise.
«Che cosa c’è?» le domandò.
«Il signor Crescenzi, lì sugli scogli. A pesca, come sempre» rispose.
«Alla sua età?» disse incredulo l’uomo.
«E’ una quercia. Ci seppellirà tutti» disse Lucilla.
«Di sicuro» confermò lui.
Sergio fece passare il braccio intorno alla vita della ragazza e cominciò ad attirarla a sé, ma lei si scostò, in modo garbato ma deciso.
«Perché hai voluto vedermi?» gli chiese, fissandolo dritto negli occhi.
«E tu?» le domandò a sua volta.
Lucilla andò verso una panchina che si trovava a qualche metro da loro, senza rispondere. Lui riprese a osservare l’anziano pescatore alle prese con le esche. Una leggera brezza gli provocò un brivido. Alzò il bavero della giacca. Si voltò verso la ragazza. Anche lei era persa in pensieri che, probabilmente, non gli avrebbe mai confidato. Guardava l’acqua del lago, calma soltanto in apparenza, come ipnotizzata.
«Hai freddo?» le chiese.
Fece segno di no con la testa. Sergio si avvicinò. Prima di sederle accanto si tolse la giacca e gliela mise sulle spalle. Lucilla sorrise.
«Mi sono chiesto perché ho voluto rivederti, ma non ho trovato una risposta convincente» disse lui.
La ragazza lo scrutò, fissando lo sguardo sui dettagli del viso.
«Pensi che io sia la stessa di allora?» domandò.
«Non saprei. Lo sei?» ribatté l’uomo, con tono allusivo.
Le poggiò la mano sul ginocchio e iniziò a farla scorrere lentamente verso l’alto. Lucilla si alzò di scatto, lasciando cadere la giacca. L’espressione si fece dura.
«Ma questo come si permette..» disse con un filo di voce, quasi non dovesse sentire altri che lei.
Sergio la osservava.
«Io ero cotta di te, come una scema. Tu con me, allora, hai soltanto giocato. E vorresti farlo di nuovo, come se il tempo non fosse passato, vero?» sibilò la ragazza.
L’uomo tentò di replicare qualcosa, ma fu zittito.
«Mi hai presa che ero quasi una bambina, dodici anni o poco più e tu, tu quanti ne avevi..venti se non sbaglio» disse.
«Che cosa vorresti dire?» ribatté lui.
«Tu hai abusato di me» rispose.
«Che cosa?» esclamò l’uomo.
Si alzò anche lui e raccolse la giacca. Rimase a fissarla, quasi non credesse a quello che aveva appena sentito.
«Non fare quella faccia da povera vittima» continuò Lucilla.
«Povera vittima io? Sei tu che non devi fare l’agnellino sacrificale» rispose Sergio.
«Io non capivo quello che stavamo facendo. Anzi, quello che tu mi facevi» lo rimbeccò la ragazza.
«A me pareva che ti piacesse. Altro che non sapevi. Poi con la scuola che hai avuto da..» iniziò a dire.
«Da mia madre, vero? Ci siamo arrivati finalmente» gridò Lucilla.
Sergio si rese conto di aver esagerato.
«Dai non fare così..» disse cercando di calmarla.
Gli occhi di Lucilla si velarono di lacrime. Sergio le porse il proprio fazzoletto per asciugarle, ma lei lo rifiutò.
«Sei sparito all’improvviso, senza una spiegazione. Torni qui dopo dieci anni e che cosa mi dici? Tua madre era una puttana e tu eri come lei. Anzi, vediamo se lo sei ancora» disse la ragazza.
«Mi dispiace che tu la prenda così. D’altronde questo era ciò che si diceva in paese» sentenziò lui.
«E allora?» domandò Lucilla.
«E allora io ho pensato quello che pensavano tutti» rispose.
Lucilla continuò a guardarlo esterrefatta.
«In più ero giovane e tu..» riprese lui.
«E io?» chiese lei.
«E tu anche se avevi dodici anni sembravi già bella cresciuta. Sai cosa intendo» disse.
6)ALICE E' ANDATA VIA
Alice è una donna bellissima. Lo è sempre stata. Sembra che il tempo sia particolarmente clemente con lei. Non la sorte purtroppo. A volte mi soffermo a osservarla, quando non se ne rende conto, assorta in chissà quali pensieri, e mi chiedo che cosa l’abbia spinta ad amarmi. Quando se ne accorge, mi guarda e sorride. Poi riprende a fissare un punto nel vuoto, uno qualsiasi, senza un motivo particolare. Da una settimana non mi riconosce più. Continua ad avere un’espressione che potrei definire attenta, quando mi avvicino o le parlo. All’improvviso mi chiede chi sono e se per caso ho visto Giorgio. In un primo momento ho cercato di farle capire che Giorgio sono io. Poi mi sono dovuto arrendere. Era tutto inutile. Nei lunghi momenti di silenzio che scandiscono il nostro stare insieme, mi torna in mente la prima volta che ci siamo visti. A quell’epoca abitavo a Roma, nelle vicinanze di Piazza Cola di Rienzo, ospite di uno zio paterno. Una mattina d’estate, un sabato, facevo quattro passi per Viale Mazzini. Andai in una tabaccheria per acquistare dei sigari toscani. Subito dopo entrò una ragazza. Non ci feci troppo caso sul momento. Si avvicinò al bancone ed iniziò a parlare con il tabaccaio mentre io uscivo. Aprii la confezione e, camminando con l’aria di chi non ha nessun problema al mondo, ne accesi uno. Una mano afferrò il mio braccio. Mi voltai di scatto. Era lei.
«Mi hanno riferito che hai comprato l’ultima scatola di sigari. Non è che saresti così gentile da offrirmene uno?» chiese.
Una ragazza che fuma toscani? Impossibile. Pensai ad uno scherzo. Mi ripeté la domanda per tre volte. Io non spiccicai parola. Sembrava divertita dalla mia espressione incredula. Mi tolse il pacchetto dalla mano e ne trasse un sigaro. Prese dalla sua tasca un accendino, uno di quelli che avevano i soldati alleati durante la guerra, e lo accese. Visto che il mio era caduto a terra, dividemmo quello che mi aveva sottratto lei. Da quel giorno, non ci siamo più lasciati. Nonostante l’abbia amata anche io con tutto me stesso, non sono stato un buon compagno per lei, e questa mia dedizione tardiva, non riuscirà mai a mitigare le colpe che ho accumulato in tutti questi anni. Tradimenti, gioco d’azzardo, alcool. Un giorno qualcuno mi ha detto che Alice ha memoria degli avvenimenti del lontano passato ma non di quelli recenti. Di me, del suo guaio infinito, come amava chiamarmi nei momenti di intimità, avrà soltanto brutti ricordi. Questo mi avvilisce, se mi fermo a rifletterci. Purtroppo, non posso che ammettere di meritarlo, perché altra traccia di me non ho saputo lasciarle. Mi soffermo di nuovo ad guardarla. Si è addormentata sulla sua poltrona, col capo reclinato all’indietro e la bocca aperta. Oggi è San Valentino. Le farò un regalo. Non ho mai mancato, nonostante tutto, di donarle qualcosa per San Valentino. Sul divano, accanto a lei, c’è un cuscino. Lo prendo, e che Dio mi perdoni, lo tengo premuto contro la sua faccia, usando il mio corpo. E stringo, stringo, sempre più forte. Le sue braccia si muovono sempre più debolmente, fino a cadere inerti lungo i fianchi. Alice è andata via, finalmente. Ora toccherà a me.
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