Luciano de falco


Chi sono
Anche questo è amore
La vita ci sorprende
Noir
Amore e psiche
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1)PRIMO DELLA CLASSE

I
Mattia finì di fare colazione in fretta, per poter salutare il padre prima che andasse al lavoro. Arrivò nell’ingresso mentre lui si stava mettendo il cappotto. Lo vedeva come un gigante. Il padre si chinò leggermente, gli accarezzò la testa e lo baciò.
«Mi raccomando a scuola Mattia» esclamò mentre si sollevava.
«Sai quanto ci tenga che tu prenda ottimi voti» aggiunse.
Il tono della voce si era fatto un po’ più severo. Ed anche la sua espressione.
«Si, papà» rispose Mattia con un filo di voce.
Un leggero tremore, quasi impercettibile, lo invase. Abbozzò un sorriso e salutò agitando la mano mentre il padre usciva. La porta si chiuse con uno scatto secco. Mattia sentì le spalle che scendevano giù e gli pareva che braccia e mani toccassero il pavimento. Avrebbe voluto piangere, ma dall’alto dei suoi nove anni, si considerava ormai un ometto. E non lo fece.
«Mattia…» si sentì chiamare dalla cucina.
Corse nella direzione da cui proveniva la voce e si fermò davanti alla madre, che lo aspettava sulla soglia. Guardò verso l’alto con i suoi occhi vispi a cercare quelli di lei. Sorrise.
«Amore, la mamma ha fretta stamattina. Pensi tu a sparecchiare prima di andare a scuola?» esclamò dolcemente mentre gli teneva il viso tra le mani.
«Si, mamma» rispose lui prontamente.
«Mi raccomando, attento a non farti male» aggiunse, dirigendosi verso il bagno per prepararsi ad uscire.
«Starò attento» disse e si dedicò al compito assegnatogli con solerzia. Dopo aver messo tutto in ordine, andò in camera sua. Si tolse il pigiama e indossò i vestiti puliti che la madre gli aveva preparato sulla sedia dalla sera precedente. Lei ci teneva molto che il suo piccolo, anche se lui non voleva sentirsi chiamare così, fosse sempre in ordine. Quando ebbe finito di vestirsi, diede un’occhiata all’interno dello zainetto, per controllare che ci fosse tutto il necessario. Tutto a posto. Lo prese con sé e si diresse verso il soggiorno. Sul divano stava ad aspettarlo il grembiule, di un bel blu elettrico, perfettamente stirato. Se lo infilò e subito dopo mise il colletto che stava lì a fianco. Quindi andò nell’ingresso portando con sé lo zainetto, prese il suo giubbotto grigio scuro col collo di pelliccia dall’attaccapanni e lo indossò. Si sedette ciondolando le gambe. In attesa. Qualche secondo dopo anche la madre giunse nell’ingresso.
«Hai sistemato tutto in cucina, Mattia?» chiese, mentre specchiandosi cercava di distribuire più uniformemente il fard con le dita. Lui si alzò e si avvicinò.
«Si, tutto» rispose. Lei sorrise, accarezzandolo. Gli chiuse premurosamente il giubbotto.
«Bene, andiamo che si fa tardi» disse aprendo la porta.
Arrivati in strada, la madre si chinò lievemente per salutarlo. Lo abbracciò e lo baciò teneramente.
«Buona giornata tesoro» esclamò prima di lasciarlo. Mattia stava per girarsi e andarsene.
«Chi è il più bravo della classe?» continuò lei, e prima ancora che Mattia rispondesse, esclamò «Il mio tesoro, vero? ». Lui non disse nulla. Si limitò a guardarla. Vedendo che la madre stava aspettando una risposta, fece segno di si con la testa. Lei sorrise di nuovo.
«Sai quanto ci tiene tuo padre. Non lo deludere, mi raccomando» disse. Gli angoli della bocca di Mattia si incurvarono impercettibilmente verso il basso e gli occhi divennero lucidi, ma la madre, presa da una gran fretta, non se ne accorse. Si incamminò velocemente. Mattia la seguì con lo sguardo mentre si allontanava, sperando che si girasse. Ma lei non lo fece. Quando non fu più in grado di vederla si diresse a piccoli passi verso la scuola. Abitavano a Roma, vicino S.Giovanni e l’edificio scolastico si trovava verso la fine di Viale Monza, a non più di cento metri da casa sua, appena attraversata Via Taranto. Arrivò poco prima che il bidello chiudesse il portone d’ingresso. Salì di corsa al secondo piano. Gli altri alunni erano quasi tutti dentro. Facevano un rumore infernale. Dopo essersi tolto il giubbotto e averlo appeso all’attaccapanni in fondo all’aula, andò direttamente al suo banco. Poggiò a terra lo zainetto e si sedette. Nessuno fece caso a lui. Era un tipo taciturno, e non era ben visto da molti dei suoi compagni. Come ogni primo della classe, d’altronde. All’arrivo della prima delle due maestre calò il silenzio ed anche i più riottosi andarono a sedersi al proprio posto, senza ulteriori proteste o strepiti. L’appello dei presenti gli sembrò una cantilena senza fine. Una noia mortale.
«Bene» disse la maestra «Oggi interroghiamo in Storia».
Il panico si diffuse come una scossa elettrica per tutta la classe.
«C’è qualche volontario?»
Restò inutilmente in attesa di una risposta.
«Figuriamoci. Allora chiamo io» esclamò.
«Avrei voluto sentire Alberto, ma visto che è assente, al suo posto …. »
Guardò uno ad uno i ragazzi. Sorrise con un certo compiacimento, al limite del sadico, nel vedere il terrore dipinto sui loro volti. Li tenne volutamente col fiato sospeso qualche altro istante.
« Mattia vieni tu » sentenziò.
Fu una scena terribile. Le domande della maestra erano intenzionalmente difficili. Troppo. E più lei lo incalzava più lui non rispondeva. I suoi compagni, inizialmente rimasti in silenzio, cominciarono a ridere. Più per un senso di rivalsa che per la situazione, che di comico non aveva proprio nulla. Non per Mattia, almeno. Divenne paonazzo. L’arrivo della seconda maestra evitò che si mettesse a piangere davanti a tutti.
«Una vera delusione, Mattia. Anche per i tuoi genitori. Portami qui il diario» disse la maestra. Mattia non sapeva più che dire. Si muoveva come un automa, preoccupato della reazione del padre alla valutazione negativa di quell’interrogazione. L’altra insegnante si stava occupando di preparare le attività successive e non si accorse di quello che era successo in classe. Era abituata alle grida e alle risate rumorose dei ragazzi Si rese conto che qualcosa era accaduto quando, girandosi un istante, vide Mattia in disparte, rannicchiato sulla sedia. Si rivolse alla collega chiedendone la ragione. Discussero brevemente, in modo animato, e lei tornò a quello che stava facendo. Un brutto voto può capitare a tutti.
Per il resto della giornata Mattia fu praticamente assente. Non partecipò alle attività scolastiche, non si mosse per la ricreazione. Nemmeno per andare al bagno. Si rese conto che se l’era fatta sotto, quando sentì i suoi compagni intonare in coro « Mattia è un pisciasotto Mattia è un pisciasotto ». La maestra lo prese bruscamente per un braccio e lo accompagnò di forza al bagno. Non ascoltava neanche più i rimproveri. Avrebbe voluto soltanto correre via. Ma non poteva. Le parole di suo padre continuavano a risuonargli nelle orecchie, ingigantite. Come se prendessero forza ogni istante che passava. Più si avvicinava il momento di andare a casa, più sentiva una morsa allo stomaco. Non voleva tornare. Aveva paura di affrontare le conseguenze di quel voto negativo. La sua unica macchia. Arrivò alla fine delle lezioni sfinito. Intorno a lui c’era concitazione. Si rivestì svogliatamente. Prese le sue cose, e insieme ai suoi compagni, si diresse all’uscita. Scese le rampe delle scale come se invece le stesse salendo. Con la stessa angoscia di un condannato che va al patibolo. Rimase l’ultimo della sua classe, all’uscita. Nessuno era venuto a prenderlo. Era grande ormai. Quel giorno però avrebbe voluto che la madre fosse lì fuori per potersi tuffare nel suo abbraccio. Sfogare un po’ di quell’angoscia che lo opprimeva. Sentire tutto intorno a sé il suo profumo. Si fece forza. Con lo zainetto sulle spalle si incamminò lentamente verso casa. Arrivato davanti al suo portone, all’ inizio di Via Aosta, tirò dritto. Continuò a camminare anche se non aveva una meta precisa. Pensò di arrivare almeno a Piazza Re di Roma, in fondo alla strada. Lì avrebbe deciso qualcosa. Ma con calma.


II

Un profumo di cose buone si andava spandendo dalla cucina al resto della casa. La madre, aspettando il ritorno di Mattia, gironzolava qua e là sistemando qualche soprammobile che si trovava fuori posto. Guardò l’ora.
« Benedetto figlio. Mai una volta che arrivasse in orario» esclamò a voce alta, quasi che lui potesse sentirla. L’aveva detto mille volte e altre mille ancora l’avrebbe sicuramente fatto. Si sentiva proprio come Don Chisciotte, che combatteva contro i mulini a vento. D’altronde anche suo padre era così. Scrollò le spalle e continuò quello che stava facendo. La porta della stanza di Mattia era aperta. Un invito esplicito ad entrare. Lui non avrebbe voluto, ma l’occasione era davvero imperdibile e lei non seppe resistere. Guardò la stanza come se vedesse in ogni particolare il suo piccolo. La curiosità la spinse ad aprire il cassetto della scrivania vicino alla finestra. Dentro, oltre ad altre cianfrusaglie, tipiche di un bambino, c’era un diario. Il suo diario. Lo prese e si sedette sul bordo del letto, esitante. Era combattuta tra la voglia di aprirlo e la consapevolezza di doverlo rimettere a posto. Vinse la prima. Iniziò a leggerlo. Dopo qualche pagina lo lasciò cadere. Impallidì. Le labbra le tremavano. Guardò di nuovo l’ora. Si alzò di scatto e corse all’ingresso. Infilato il primo soprabito che trovava, uscì senza neanche chiudere la porta. Scese le scale di corsa, rischiando di cadere. Appena fuori dal portone guardò a destra e a sinistra per vedere se Mattia stesse arrivando. Nulla. Andò in tutta fretta verso la scuola, sperando di incontrarlo. Arrivata, trovò soltanto il bidello che stava chiudendo.
« Mi scusi» chiese, con voce preoccupata « Mattia Longhi, IV F . Lo ha visto?»
« Non c’è rimasto nessuno, signora»
« Ne è sicuro? Magari qualcuno si è fermato dentro. Non potrebbe controllare?»
Un rumore di passi che scendevano le scale attirò l’attenzione dell’uomo. Si voltò.
« Guardi sta arrivando una delle insegnanti. Provi a chiedere a lei»
Aprì il portone completamente e attese che la donna, dalle scale, arrivasse sulla soglia. La lasciò passare e riaccostò.
«Mattia Longhi, IV F ….» iniziò lei, appoggiandosi al portone.
«Buongiorno signora. Si, Mattia è uno dei miei alunni» rispose l’insegnante.
«Sa se si trovi ancora dentro?»
«Sono sicura che non ci sia. Ho accompagnato io stessa la IV F all’uscita, oggi »
La donna si guardò attorno smarrita. Corse via. Quando fu di nuovo davanti al portone di casa si fermò. Decise di proseguire lungo la via, sicura che l’avrebbe trovato davanti a una vetrina o magari insieme a qualche compagno di classe che chiacchierava, ignaro che fosse tardi. Si, doveva essere così, non poteva essere altrimenti. Guardava in tutte le direzioni, sempre più preoccupata. In ogni capannello di bambini che trovava per la strada, controllava se ci fosse Mattia, il suo bambino. Domandò a tutti coloro che incontrava sul suo cammino se l’avessero visto. Ma la risposta era sempre la stessa: No. Si asciugò, con la manica del cappotto, le lacrime che rigavano il suo viso. Era disperata. Arrivò alla piazza e si fermò. Mattia pareva essersi dissolto nel nulla.



III

Il monumento metallico al centro di Piazza Re di Roma stonava con l’architettura dei palazzi attorno. Mattia ci vedeva le dita di un robot conficcate nel terreno, residuo di chissà quale battaglia con degli innominabili mostri spaziali. Seduto su una panchina, con lo zainetto accanto, guardava per terra con aria triste. Muoveva le gambe facendole oscillare in su e in giù. Prima la destra e poi la sinistra. Guardò l’ora. Le tredici. Non c’era molta gente in giro. La sua attenzione fu colpita da un barbone, alla sua destra, che si dirigeva verso di lui. Aveva un’età indefinibile. Procedeva lentamente, appoggiandosi ad un bastone. Bofonchiava a voce alta. Sembrava stesse parlando con sé stesso. Quando gli arrivò vicino, abbastanza da comprendere cosa stesse dicendo, Mattia capì che ce l’aveva proprio con lui.
«Via dalla mia panchina… » esclamò brandendo il bastone. Emanava un odore sgradevole, percepibile anche a distanza. Un misto di rancido e alcool.
Prese lo zaino e iniziò a correre terrorizzato. Il barbone si arrestò all’altezza della panchina e buttò borbottando le sue cose, alcune buste di plastica e due coperte, in parte sul sedile, in parte a terra. Continuò ad inveire contro di lui. Si sedette. Mattia arrivò all’uscita della piazza proprio in corrispondenza di Via Aosta. Iniziò, sempre correndo, ad attraversare. Aveva paura che il barbone lo stesse ricorrendo. Dall’altra parte della strada, all’angolo opposto, la madre angosciata vide la sua sagoma veloce arrivare in mezzo alla strada.
«Mattia… » urlò lei istintivamente.
Il bambino si bloccò un istante soltanto, voltandosi, richiamato dalla voce familiare che pronunciava il suo nome. Un rombo alle spalle, stridore di freni. L’impatto fu violentissimo. Lei vide lo zaino volare fin sul marciapiede, aprirsi e spargere tutto intorno il suo contenuto. Svenne. Quando riprese i sensi, il traffico nella piazza era paralizzato. Due uomini l’aiutarono ad alzarsi mentre una donna le porgeva dell’acqua. C’era molta gente intorno, anche sconosciuti, che tentavano di confortarla. Una poliziotta stava cercando qualcuno che potesse fornire particolari sull’accaduto mentre il suo collega si avvicinò domandandole qualcosa che, al momento, lei non capì. Non rispose. Un folto gruppo di persone nascondeva un lenzuolo steso in mezzo alla strada, davanti a un’auto di grossa cilindrata. Provò ad andare verso quel mucchio disordinato. Cercarono di trattenerla ma non ci riuscirono. Arrivata ad un paio di metri le persone che erano lì si fecero da parte, dividendosi in due ali di folla. Si inginocchiò e scostò un lembo del telo, scoprendo il viso di Mattia, immobile, senza più vita. L’urlo della donna fu agghiacciante.


IV

Il profumo di cucinato si era ormai disperso e nella casa riecheggiavano soltanto i passi concitati dei condomini che andavano di corsa su e giù per le scale. E il telefono. Non smetteva più di squillare. La signora che abitava nell’appartamento di fronte si accorse che la porta era aperta. Dopo aver bussato si diresse all’interno, per vedere se ci fosse comunque qualcuno. Andò in cucina, poi passò nel soggiorno e quindi in camera da letto. Nessuno. Arrivata di fronte alla stanza di Mattia, ebbe un attimo di esitazione. Forse per pudore. Diede una sbirciata ed entrò. Si guardò attorno. Trovò strano che, in mezzo a tanto ordine, il cassetto della scrivania fosse aperto. Un particolare stonato. Sul letto vide il diario di Mattia aperto, così come lo aveva lasciato cadere la madre, alla data del 25 febbraio. Ieri. La pagina iniziava con il disegno di un uomo, una donna e un bambino. Sotto, c’erano scritte poche parole.
« Non ce la faccio più. Io non voglio dover essere sempre il primo della classe. Vorrei solo diventare piccolo, così piccolo da sparire. La mia mamma e il mio papà non mi vogliono più bene. Uno di questi giorni farò qualcosa di brutto ».



2)LA CACCIA

Jimmy Finnegan, figlio di un ladro di origine irlandese e ladruncolo a sua volta, se ne stava in piedi, poggiato ad un lampione. Di fronte c’erano i suoi amici, seduti sugli scalini di un palazzo. Guardava distrattamente le persone che passavano. Notò Bernadette, la più piccola delle sorelle Pearson, diciotto anni, avanzare con fare altezzoso. Le sorrise, sperando che ricambiasse il saluto. La ragazza, invece, si voltò dall’altra parte. I suoi amici, che si erano goduti tutta la scena, iniziarono a ridere. Lui non la prese propriamente bene.
«Nessuno si prende gioco di Jimmy Finnegan» pensò indispettito.
Si mosse veloce come un gatto che afferra la preda. Arrivò alle spalle della ragazza. Con un movimento fulmineo le sollevò la gonna, mettendo in mostra le gambe. Le diede un pizzicotto impertinente. Lei urlò mentre tentava di tirar giù le sottane. Jimmy si ritrasse giusto in tempo per evitare uno schiaffo. La guardò con l’espressione vittoriosa di chi aveva pareggiato un vecchio conto in sospeso. Rise. La ragazza, già abbastanza imbarazzata, si limitò ad andarsene via il più in fretta possibile, senza aggiungere una parola. Il ragazzo tornò indietro, con aria trionfante. Larry, il figlio del droghiere, stava sulla soglia del negozio, a qualche metro da dove erano seduti gli altri. I due si guardarono e lui sorrise, come per ringraziare dello spettacolo imprevisto ma piacevole. Jimmy gli strizzò l’occhio. Andò a sedersi in mezzo ai suoi amici.
«Ehi, ma quello dall’altra parte della strada, non è l’agente Lane?» chiese improvvisamente uno di loro. Jimmy rivolse lo sguardo dove indicava il suo amico.
«Sì, è lui. Sta venendo proprio qui. Pare un cane rabbioso» esclamò un altro di rimando.
«Jimmy quello ce l’ ha con te, come al solito. Scappa» disse preoccupato un terzo.
«Oh no, non di nuovo. Ma quando finirà questa storia?» esclamò lui.
Avendo perso l’effetto sorpresa, il poliziotto cercò di accelerare il passo. Attraversò senza guardare. Un furgoncino per la consegna del latte inchiodò, per non metterlo sotto. L’agente dovette fermarsi, e subire anche i rimbrotti dell’autista. Appena passato l’automezzo, Jimmy e l’agente, si fissarono per un istante che parve lunghissimo, prima che entrambi iniziassero a correre.
«Fermati, bastardo di un teppista» gli urlò Lane.
I due passarono, uno dopo l’altro, davanti alla drogheria. Larry, che non nutriva simpatia per la Polizia in generale, e per quel poliziotto in particolare, mise la scopa tra i piedi dell’agente, facendo finta di pulire l’entrata del negozio. L’uomo ruzzolò a terra.
«Mi scusi. Non mi ero accorto che stesse passando qualcuno» esclamò il ragazzo.
«Fottiti» fu la risposta dell’agente.
Si rialzò e raccolse, imprecando, il berretto che aveva perso nella caduta. Sputò sulla vetrina della drogheria.
«Scusa ragazzo. Non avevo notato che ci fosse una vetrina» disse sarcastico.
Riprese a correre. Cercò di andare più veloce. Stava guadagnando terreno. Vide Jimmy voltare l’angolo, a circa una ventina di metri da lui. Raggiunse a sua volta l’incrocio e si fermò ansimante, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. Poggiò le mani sulle gambe semi piegate mentre riprendeva fiato. Si rizzò di nuovo. La caccia non era finita. D’altronde tutti lo giudicavano un osso duro, uno che non molla. Di sicuro, non per un moccioso come Jimmy Finnegan.
«E’ come cercare un ago in un pagliaio » pensò Lane.
Si tolse il berretto, e passandosi la mano tra i capelli ormai radi, diede un’occhiata sommaria per vedere se la fortuna poteva dargli una mano a individuare Jimmy in mezzo a quel mare di persone, senza doversi dare troppa pena nel cercarlo. Nulla. Le strade di un quartiere popolare, come quello in cui prestava servizio, erano sempre piene di gente e di confusione. Non si scoraggiò. Cominciò ad avanzare, come un segugio in cerca della selvaggina. Si trovò subito di fronte a un gruppetto di bambini che giocavano sul marciapiede, noncuranti del fatto che si stavano sporcando vestiti, mani, braccia, ginocchia. Insomma si stavano preparando una buona razione di sculacciate da parte dei genitori. Due donne, stavano sedute lì accanto, attente a non perderli di vista.
Qualche metro più avanti altri bambini, di poco più grandi. Uno di loro in particolare, una bambina, stava attirando l’attenzione delle persone che le erano attorno perché urlava e strepitava come se fosse posseduta dal demonio. La ragazza vicina a lei, vedendo l’agente che si aggirava minaccioso, le disse qualcosa indicandolo, per indurla a calmarsi. Fu una pessima idea. La bambina, infatti, invece di smettere di piangere, cominciò a sbattere i piedi per terra e a urlare più forte. Lane ignorò entrambe e si addentrò nella via. Arrivò a una rampa di scale. In cima c’era una donna, pelle ambrata e capelli rosso rame. Leggermente in carne. L’aveva notata anche prima, appena arrivato. E anche lei si era accorta di lui. Sulle prime non era riuscito a capire chi fosse. Poi il ricordo era riaffiorato nella sua memoria. Era Jennifer Abbey, una ragazza con la quale aveva avuto una storia in passato. Un amore giovanile finito non troppo bene. La salutò. Lei ricambiò. Avrebbe voluto fermarsi, ma proseguì. Ad un tratto, gli sembrò di vedere il ragazzo.
«Ti sei fermato,eh? Allora sei più stupido di quanto credevo» pensò tra sé l’agente..
Avanzò lentamente, cercando di tenersi defilato, affinché lui non potesse scorgerlo. Arrivato abbastanza vicino lo afferrò per le spalle, girandolo di scatto.
«Ti ho preso, bast…» urlò, ma non finì la frase. Non era Jimmy Finnegan. Il ragazzo non gradì il trattamento e l’errore, per quanto commesso in buona fede, non aveva messo il poliziotto in una bella situazione. La folla intorno a lui incominciò a rumoreggiare. Volarono parole grosse e anche qualche spintone. Si fece strada a fatica, ritenendosi fortunato ad uscirne tutto sano. All’altezza dell’ insegna bianca e rossa di un barbiere, poco più avanti, si fermò per raccogliere le idee. Aveva l’impressione di affondare nelle sabbie mobili tanta gente c’era per strada. Sembrava un muro. Guardò in alto. Da una parte all’altra della via c’erano fili con i panni stesi ad asciugare. Ad ogni finestra, su ogni balcone, persone che guardavano incuriosite verso il basso.
«Ma che cosa stanno guardando?» pensò.
Lo capì immediatamente dallo scampanellio del tram fermo proprio di fronte a lui. La gente all’interno si era innervosita per la sosta prolungata quanto imprevista. Il guidatore stava facendo del proprio meglio, ma c’erano troppi uomini, donne, bambini che ostruivano i binari. L’agente decise di tornare indietro, sulla strada da cui era arrivato e riprendere il suo servizio usuale.
«Che si fotta quel bastardo di un teppista irlandese. Ma non finisce qui» disse a bassa voce.
Sentì un dolore lancinante al fianco. Un secondo e poi un terzo, alla schiena, e la vista che si annebbiava. Si accasciò al suolo, scivolando lungo il muro. Intorno a lui persone sconosciute, fecero capannello. Si fece strada tra di loro una figura che Lane non riuscì a distinguere se non quando si sentì stringere la mano. Era Jimmy che, nascosto lì vicino, aveva assistito al suo accoltellamento.
«Agente Lane» esclamò il ragazzo. Non seppe che cosa altro dire.
Il poliziotto strinse più forte la mano, rantolando. Fece segno di avvicinarsi.
«Alla fine ti ho preso, eh?» disse con un filo di voce.
La stretta divenne sempre più debole, fino ad allentarsi del tutto. Un sussulto. Poi più nulla. La caccia era finita. Per sempre.


3)IL LAVAVETRI

Pomeriggio inoltrato. La sensazione di non aver nulla di particolare da fare lo aveva colto di sorpresa, e lui aveva deciso di assecondare quell'ozio, improvviso ed inaspettato, senza farsi troppi problemi. Accese lo stereo. Una canzone, due. Poi il pensiero che qualcuno dei suoi amici fosse in vena di una uscita, per fare due chiacchiere, gli fece dimenticare la musica che stava ascoltando. Prese il cellulare e comincio a comporre un primo numero sulla tastiera. Occupato. Poco male. Richiamo più tardi, pensò. Secondo numero. Squilli a vuoto, nessuna risposta. Un pò seccato, compose un terzo numero. La voce dall'altra parte lo informava che rispondeva una segreteria e che dopo il segnale acustico avrebbe potuto lasciare un messaggio. Riprovò con il numero occupato. Niente da fare. Chissà cosa starà dicendo di tanto importante, si chiese. Smise di tentare. Con un verdetto senza appello, era di fatto condannato a rimanere da solo almeno fino all'ora di cena. Poi tutti sarebbero stati, come al solito, a disposizione. Decise di uscire lo stesso. Prese il telecomando dalla scrivania e premendo un tasto, fece piombare di nuovo la stanza nel silenzio. Si vestì senza fretta, indossando quello che lui amava definire “i primi stracci che trovava in giro”. Tutta roba firmata, per carità. Gli piaceva in modo particolare avere quell’aspetto 'finto trasandato', da uomo vissuto, che conosce il mondo. Gli piaceva perché era convinto che piacesse alle ragazze. L'atteggiamento da maschio tenebroso, pieno di problemi esistenziali, secondo lui, avrebbe dovuto far scattare nelle donne una reazione istintiva da crocerossina. Inutile dire che le sue amiche avevano cercato a più riprese di fargli capire che era tutta questione di fascino. D'altronde, si sa, non c'é peggior sordo di chi non vuol sentire.

Guardò l'ora incamminandosi verso la porta, controllando di avere in tasca le chiavi della macchina. Un' ultima occhiata allo specchio ed eccolo fuori di casa. L'ascensore era già al piano, ma lui decise di scendere per le scale. Arrivando al portone incontrò la signora Bettini, “quella” del terzo piano, come era definita da tutti i condomini del palazzo. Una vecchietta che, nonostante avesse la veneranda età di ottanta anni, mostrava, ancora intatta, una verve da far invidia. Qualcuno diceva che ancora guardasse i giovanotti con uno sguardo non proprio da nonnina. Nostalgia dei bei tempi andati. Unico vero neo, una logorrea quasi insostenibile, rivestita da una vocina stridula ed un pesante accento romano. Di solito cercava di evitarla ma stasera non era proprio possibile perché lei, avendolo visto, gli stava tenendo il portone aperto. L’accenno di un saluto ed era stato risucchiato dal vortice della conversazione. Sorrisi di circostanza, cenni di finto assenso. La signora non lo mollava. Va bene, a tutto c'é un limite, pensò dopo qualche minuto.
« Ehm....ora devo proprio andare» le disse in modo garbato, ma deciso.
La signora sorrise a sua volta, avendo compreso di aver esaurito tutta l'attenzione concessale per quella sera e per quell'incontro. Lo salutò cordialmente, come era solita fare con tutti. Logorroica si, ma educata.

La strada in cui abitava l’avevano chiamata ambiziosamente viale, ma al momento di alberato aveva poco. Un paio di platani per ogni marciapiede, alti non più di tre metri, circondati da aiuole in ferro, fatte mettere per dare un aspetto più decoroso alla zona. Fece pochi passi ed arrivò davanti alla sua auto. Nulla di eccezionale, a dire il vero, ma per lui era come una Ferrari. Linea sportiva, accattivante, giovanile. Forse anche troppo, visto che non era proprio un diciottenne, pur non dimostrando affatto la sua età. Ogni sera sceglieva con cura dove parcheggiare. Potendo, evitava i posteggi a spina. Quelle piccole, odiose, intaccature della vernice sullo sportello lo facevano impazzire. Le sentiva come ferite sulla propria pelle, e ne malediceva gli autori, non potendo fare altro. Arrivato di fronte al cofano si fermò. C’era una piccola escrescenza, una specie di vermiciattolo raggomitolato, verde, contornata da un alone più chiaro tendente al bianco, che campeggiava proprio al centro. Istintivamente guardò gli alberi che se ne stavano lì come testimoni silenziosi. Eppure aveva fatto attenzione a mettere la vettura proprio nel mezzo, in modo che non stesse sotto le loro chiome striminzite. Tutto inutile. Dannati storni, imprecò tra sé. Colpita, mormorò, come se si fosse trattato di una battaglia navale. Alzò lo sguardo verso il tetto e sospirò rassegnato. Colpita e affondata.

Una leggera pressione sul telecomando e la chiusura centralizzata sbloccò le portiere. Si mise seduto al posto di guida ma non accese subito. Ogni volta che entrava in macchina provava un inspiegabile brivido lungo la schiena. La stessa emozione che si sente uscendo con la più carina della scuola, a cui tutti fanno il filo ma che ha scelto proprio te. In queste cose era un tantino esagerato. Questione di pochi istanti, comunque. Mise in moto e fece salire dolcemente i giri del motore. Ultimo dettaglio da curare, una colonna sonora adeguata. Accese l’impianto stereo digitale che aveva fatto installare da poco, spendendo un patrimonio. Una musica soul fusion riempì delicatamente l’abitacolo. Aveva sempre odiato quelle macchine che sembravano delle discoteche su quattro ruote. Non c’era una meta precisa nei suoi pensieri. Soltanto un giro, per passare il tempo. L’auto viaggiava come se non sentisse le asperità dell’asfalto. La sua guida era sicura, senza accelerazioni improvvise. Attenzione continua e riflessi pronti. Era perso nei suoi pensieri, che neanche a dirlo riguardavano le donne, quando arrivò al semaforo. Un disco di un rosso acceso che in un altro qualsiasi momento avrebbe odiato, ma che quella sera invece non gli suscitava particolari emozioni.

L’incrocio sembrava deserto quando all’improvviso, da dietro un albero, uscì un anziano maghrebino con in mano l’occorrente per lavare i vetri. Avrà avuto una sessantina d’anni. La pelle del volto tradiva, dalle profonde rughe che la solcavano, le sofferenze della fame, della solitudine, di una vita di stenti in una terra straniera. Una terra che non lo amava e che lui a sua volta sentiva ostile. Si avvicinò brandendo il bastone con la spugna dopo averla immersa in un secchio di un azzurro sbiadito che sembrava vecchio quanto lui. Un cenno, il gesto di richiesta di poter pulire il vetro, l’attesa della risposta, la speranza di un si. Il lavavetri era abituato alla maleducazione degli automobilisti come alla loro cortesia, di certo più rara, ma non del tutto assente. Pensando che fosse sufficiente, senza guardarlo direttamente, mosse lievemente la testa in segno di diniego. A modo suo cercava di essere gentile. Forse un gioco di riflessi del parabrezza, forse la volontà caparbia di mettere in tasca qualcosa, fosse anche un soldo, i due non si capirono. La spugna si avvicinò al vetro insieme al corpo dell’uomo, mostrando in tutta la loro evidenza gli abiti logori che non erano neanche della sua misura. Stavolta il cenno diventò più ruvido ed evidente. Per non essere frainteso tirò giù il finestrino e cercò di fargli capire che la risposta alla sua richiesta era un no. Il parabrezza poteva rimanere com’era. L’anziano maghrebino ritentò, con cortesia, in un italiano incerto. Quattro parole pronunciate più per assonanza che per effettiva comprensione del significato. La risposta fu ancora no. “Qualcosa … mangiare” disse allora l’uomo, sporgendosi leggermente verso il finestrino aperto. L’ultimo tentativo, certamente il più disperato. Ancora un no, la scusa vigliacca della mancanza di monete. Quelle stesse monete che sentiva muoversi nella sua tasca. Gli occhi dell’anziano lavavetri si volsero altrove mentre si allontanava dalla macchina senza dire una parola. Scattò il verde. Ingranò la prima e la macchina lentamente prese a muoversi. Seconda, terza, quarta. Sempre con delicatezza, senza esagerare. Qualcosa non andava. Sentiva un senso di inquietudine dentro. Dopo qualche centinaio di metri dovette fermarsi. Spense il motore. Strinse lo sterzo con entrambe le mani, irrigidendo i muscoli e digrignando i denti. Gli uscì un rantolo, come un conato trattenuto. Urlò con quanto fiato aveva in gola e soltanto allora la tensione si sciolse. Lasciò il volante e si poggiò allo schienale del sedile di guida. Fece un respiro profondo. Si guardò intorno, rallegrandosi che quel tratto di strada fosse in quel momento deserto. Eh no, non è bello dare spettacolo.

L’amarezza che traspariva dagli occhi dell’anziano maghrebino era stato come uno schiaffo in pieno viso. Pensò di tornare indietro, ma non ne ebbe il coraggio. E che senso avrebbe avuto poi? Tutto il suo sgomento durò però solo un istante. Si sa che i problemi, come i soldi, chi ce li ha se li tiene. Ci avrebbe pensato qualcun altro. Il prossimo automobilista fermandosi a quello stesso semaforo, magari. E se non lui, quello dopo. O quello dopo ancora.



4) IL FUTURO ALLE SPALLE

Era una splendida mattina di fine agosto. Adelina, la più giovane delle cameriere di casa Zanchet, si fermò fuori dalla camera in cui dormiva il figlio del padrone. Sistemò al meglio il grembiule, quindi mise a posto la crestina perché stesse dritta al centro della testa. Bussò un paio di volte, poi entrò. Si diresse speditamente alla finestra. La spalancò. La luce, non più trattenuta dalle imposte chiuse, inondò ogni centimetro della stanza.
«Buongiorno signorino Marco» esclamò lei, con tono allegro.
«Buongiorno. Ti ho detto mille volte che non mi devi chiamare signorino. Ho diciannove anni ormai» rispose il ragazzo, con una voce che pareva giungere dall’oltretomba.
Lei per tutta risposta, fece una linguaccia. Marco stese le braccia, sbadigliando rumorosamente. La cameriera si avvicinò, con un sorriso malizioso. Prese un lembo delle lenzuola e lo tirò, come per iniziare a rifare il letto, lasciando il ragazzo scoperto fino alla vita. La ragazza aveva da poco compiuto diciotto anni, e guardandola, si aveva l’impressione che ogni sua parte fosse levigata come una scultura di marmo. Marco percorse il corpo di Adelina con lo sguardo, senza tralasciare nessun particolare. L’afferrò delicatamente per un braccio e la attirò verso di sé. Lei, in un primo momento, finse di opporre resistenza. Poi cominciò ad avvicinarsi, con fare arrendevole.
«Perché non vieni ancora più vicino?» le sussurrò.
La sua mano iniziò a scivolare con delicatezza nella scollatura. Un rumore improvviso di passi nel corridoio fece trasalire i due giovani. Adelina si allontanò di scatto, tentando di rimettere in ordine il grembiule. Lui rimase nel letto, accovacciato, giudicando che non fosse il caso di alzarsi in quel momento, né tanto meno di distendersi. Dopo qualche istante, la sagoma della signora Zanchet apparve sulla soglia.
«Che silenzio. Avrei giurato non ci fosse nessuno in questa stanza» esclamò ironicamente.
«Buongiorno madame» si affrettò a dire la ragazza, accennando un inchino.
Marco sorrise, scuotendo la testa. Trovava irresistibilmente buffo il vezzo di sua madre di farsi chiamare in quel modo. La donna non rispose al saluto. Fece qualche passo in avanti con fare altezzoso, fino ad arrivare di fronte alla cameriera. La guardò dritta negli occhi. Lei arrossì. Iniziò a sistemarle il camice in modo brusco, cercando di accostare il più possibile i due lembi di stoffa in corrispondenza della scollatura. Quando giudicò che fosse adeguatamente decorosa per casa Zanchet o forse, più semplicemente, di averla mortificata abbastanza, si allontanò da lei e rivolse altrove la sua attenzione.
«C’è bisogno di te giù in cucina» disse con tono sprezzante, senza neanche guardarla.
«Vado immediatamente, madame» rispose la cameriera, con un filo di voce.
«Ecco brava. Vite, vite» seguitò la donna, con un eloquente gesto della mano.
La cameriera indugiò un istante perché non aveva capito le ultime parole della padrona. La signora Zanchet aveva infatti l’abitudine di usare di quando in quando, spesso anche a sproposito, parole francesi nel mezzo del discorso. In questo modo riteneva di distinguersi dalla massa. La ragazza, per evitare ulteriori rimproveri, fece un profondo inchino e senza aggiungere altro, corse via. Marco si tirò su, appoggiando la schiena alla spalliera.
«Che bisogno c’era di trattarla in quel modo?» domandò corrucciato.
La madre lo guardò con aria perplessa. Andò a sedersi sul bordo del letto, vicino a lui.
«Scapricciati finché vuoi figlio mio. Ma ricorda sempre chi è lei, e chi sei tu» disse con tono tutt’altro che bonario.
Le labbra sottili della donna si inarcarono in un sorriso che a Marco parve piuttosto un ghigno. Il ragazzo distolse lo sguardo. Sbuffò.
«Preparati ora, che è quasi mezzogiorno. Fra poco si mangia, e tuo padre ti aspetta nello studio» lo esortò la donna.
«Accidenti. Mi era completamente passato di mente» ribatté lui.
«Non farlo aspettare oltre, Marco. Sai benissimo come è fatto. Sei fortunato che è dovuto uscire presto stamattina ed è rientrato da poco» lo incalzò lei.
«Almeno si può sapere il motivo di tanta premura?» domandò il ragazzo, sperando in una qualche delucidazione.
La madre lo fissò e lui ebbe l’impressione, per un istante, che stesse per dirglielo.
«Te lo spiegherà lui stesso. Ma sappi fin d’ora, che sono d’accordo con la sua decisione» sentenziò lei gelidamente, per non lasciare possibilità di replica.
La donna, a quel punto, si alzò e andò ad impartire le ultime disposizioni per il pranzo. Marco scese dal letto con la rassegnazione di un condannato al patibolo. Si vestì in fretta e furia, senza neanche lavarsi.
«Peggio per lui se puzzo » borbottò.
Stava per uscire dalla stanza, quando vide la piccola Anna, un fagottino di tre anni con i capelli tagliati alla maschietto ed un vestitino color canapa, appena fuori dalla porta, che sorrideva. La bambina poggiò una mano sullo stipite, guardando il fratello con lo stupore di chi si trova di fronte un gigante. Marco iniziò a fregarsi le mani, facendo buffe smorfie.
«Ma qui c’è una bambina bella e paffuta. Sarà un ottimo pranzo» esclamò.
Scattò in avanti, fingendo di volerla ghermire. Anna iniziò a correre. Fu agguantata dopo pochi passi. Il ragazzo la prese e la sollevò, tenendola stretta contro il suo petto, stuzzicandola con la punta del naso. Lei scoppiò in una risata fragorosa. Lui girò un paio di volte su sé stesso e la ripose delicatamente giù. Anna si attaccò ai suoi pantaloni, guardando verso l’alto. Tese in su le braccia per essere presa di nuovo. Le sorrise.
«Principessa, non è che ci stiamo prendendo gusto alle coccole?» disse.
Se la portò giù, tenendola a cavalcioni, fino allo studio dove il padre lo stava aspettando. Sentì chiamare il suo nome, con una certa impazienza. Lasciò andare la bambina dopo averle dato un bacio. Lei corse nella sala da pranzo facendo un baccano infernale che fu interrotto soltanto dal rimprovero severo della madre. Marco si arrestò appena fuori dalla porta, quasi che attendesse il permesso di entrare. Emilio Zanchet era in piedi, vicino alla finestra. Vedendo che il figlio indugiava, gli fece segno di avvicinarsi. Il ragazzo lo considerò come un vero e proprio ordine. L’uomo si mosse verso la scrivania. Posò la sigaretta che stava fumando sul bordo di un posacenere di cristallo, e si accomodò a sedere sulla sua poltrona di pelle. Tossì ripetutamente.
«Prenditi una sedia» gli disse, con voce roca.
Marco annuì e si sistemò vicino al tavolo, in una zona della stanza dove giudicò che il sole non lo avrebbe infastidito.
«Ti sei alzato adesso?» domandò l’uomo seccamente.
Marco lo guardò con aria interrogativa. Senza attendere la risposta, il padre si voltò verso un carrello alla sua destra, da cui prese un bicchierino e una bottiglia di vermouth.
«Perché me lo chiedi?» ribatté il ragazzo, non appena l’uomo tornò a prestargli attenzione.
«Hai ancora il segno del cuscino sulla faccia» gli disse.
Indicò un vistoso solco sul suo viso che partendo dalla tempia, percorreva tutta la guancia.
Il ragazzo sorrise mentre il padre, senza distogliere lo sguardo da lui, bevve il suo aperitivo in una sola sorsata. Si sentiva a disagio. Quella frase era un’accusa, non una semplice constatazione. D’altronde tutta l’atmosfera non lasciava presagire una discussione amichevole. Semmai, che gli avrebbe impartito degli ordini, da superiore a sottoposto. Ma questa per lui non era una novità.
«Beh, se è così evidente, ti sei risposto da solo» disse.
Il tono non fu quello che avrebbe voluto. Marco si rese immediatamente conto, vedendo che il padre lo fissava con un’espressione accigliata, di aver assunto un atteggiamento esageratamente polemico. L’uomo non disse una parola. Si girò in direzione di un cumulo di carte, poste dietro di lui. Cercò accanitamente qualcosa, borbottando, finché non la trovò. Mise sul tavolo, di fronte a sé, un libro dalla copertina grigia, posizionandolo in modo che il ragazzo potesse leggerne comodamente il titolo.
«Che significa?» domandò Marco perplesso.
«Questo è l’Ordine degli Studi della Federico II di Napoli dove tu andrai, e farai Giurisprudenza» sentenziò il padre. Poche parole, che arrivarono al suo cervello come una stilettata.
Il ragazzo avrebbe voluto gridare il suo dissenso con tutto il fiato che aveva in gola, ma decise di provare a percorrere un’altra strada, quella della trattativa, anche se non nutriva seriamente delle speranze di riuscire in questo modo a volgere a proprio vantaggio la situazione. Si alzò dalla sedia con calma, facendo in modo che non si intuisse il suo nervosismo, e andò vicino alla finestra, dove poco prima era il padre. Gli vennero in mente due o tre frasi per iniziare il discorso, ma le scartò. Era certo che avrebbero avuto un effetto deleterio. Sapeva perfettamente che il genitore non stava aspettando nessuna risposta o considerazione alternativa. La conclusione di quella conversazione doveva essere soltanto una presa d’atto di ciò che lui aveva deciso. Nulla di più.
«Prudenza Marco. Ci vuole prudenza» bisbigliò tra sé.
Guardò fuori, quasi che potesse trovarvi una fonte d’ispirazione. Tonio, il fattore, si aggirava tra i filari dei vitigni che aspettavano di essere vendemmiati, fermandosi di tanto in tanto davanti a questo o quel tralcio. Erano ricolmi di grappoli e lui ebbe l’impressione che l’uomo li carezzasse con la stessa tenerezza che usava con i suoi figli. Sarebbe stata un’annata eccezionale. Si, eccezionale. Il cuore gli balzò in gola.
«O la và o la spacca» pensò. Trascurando del tutto le esortazioni alla moderazione che il suo stesso buonsenso gli aveva suggerito, si voltò di scatto e andò, con passo deciso, fino alla scrivania. Guardò fisso l’uomo, stando dritto come un fuso.
«Voglio fare agraria» disse con una sfrontatezza che sorprese lui per primo.
L’uomo scattò in piedi sbattendo entrambe le mani sul tavolo.
«Voglio? Tu non vuoi proprio niente. Qui le decisioni le prendo io» urlò.
«Ma io..» cercò di ribattere il ragazzo.
«Il figlio di Emilio Zanchet non farà mai il contadino» lo interruppe il padre.
Pareva che gli occhi dovessero uscirgli dalle orbite da un momento all’altro.
«Agronomo non contadino, papà» disse Marco, tentando di sovrastare la voce dell’uomo.
«Quel che sia, sia. Tu farai quello che dico io» sbraitò il padre imbestialito.
Gridò tanto forte che le cameriere impegnate ad apparecchiare nella sala da pranzo, smisero di fare quel che stavano facendo, e si affacciarono dalla porta per vedere se fosse successo qualcosa di grave. Lo stesso fece la cuoca dalla cucina.
«Au travail, vite» le apostrofò duramente la signora Zanchet.
La donna apparve dopo qualche istante sulla soglia dello studio. Si avvicinò.
«Che bella figura stiamo facendo davanti alla servitù» sibilò, rivolta al marito.
Si girò in direzione del figlio. Marco si sentì gelare dentro.
«E tu giovanotto, devi essere più rispettoso nei confronti di tuo padre» disse.
La porta si chiuse con uno scatto secco. I due restarono in silenzio per un tempo che al ragazzo parve interminabile. L’uomo si tolse la giacca e la mise sulla spalliera della poltrona.
«Rimettiti al tuo posto, che non abbiamo mica finito» gli ordinò, indicando la sedia accanto alla scrivania. Marco si accomodò. Era furioso e non soltanto con il padre. Ce l’aveva soprattutto con sé stesso, per aver sprecato quella che sembrava l’unica possibilità di risolvere la situazione in modo diplomatico.
«Ho già telefonato per trovarti una stanza in affitto durante gli studi» proruppe il padre.
«Serve a qualcosa discutere, se tanto tu hai già deciso?» disse il giovane, di rimando.
«A niente. Tu devi soltanto ascoltare e ubbidire» rispose freddamente l’uomo.
Il ragazzo decise di non aprire più bocca, qualunque cosa gli venisse detta. Il padre continuò a parlare di professori, di telefonate al preside di facoltà, di prospettive future. Un vero e proprio fiume in piena. Marco si limitò a qualche sporadico cenno, muovendo la testa. Voleva soltanto che quella tortura finisse presto e potesse finalmente andarsene. Gli venne in mente, in modo del tutto inaspettato, Adelina e le sue forme rigogliose. E più quel fiume tracimava, cercando di travolgerlo, più lui si immaginava tra le braccia di lei, a fare di tutto per dimenticare quella giornata, quella discussione, quegli studi imposti che non voleva intraprendere. L’uomo attirò la sua attenzione sbattendo le mani. Il ragazzo scattò come se lo avessero svegliato all’improvviso.
«Dove sei con la testa Marco?» gli chiese in tono irritato.
Capì che il padre stava aspettando la sua resa incondizionata. Doveva dire un si convinto.
«Non qui, papà. Non qui» disse, con un sorriso beffardo.
Questo fece andare l’uomo su tutte le furie. Si alzò in piedi. Il ragazzo sapeva che stavolta le avrebbe certamente prese. Rimase ugualmente immobile. La sua unica difesa sarebbe stata guardare il padre dritto negli occhi, deciso a non distogliere lo sguardo qualunque cosa fosse accaduta. L’uomo sollevò la mano, come fosse stata una clava. Proprio in quel momento, si spalancò nuovamente la porta dello studio. Tonio entrò, tutto trafelato, portando una foglia di vitigno tra le mani con delle vistose macchie circolari sul margine superiore.
«Signor Zanchet, guardi» esclamò porgendola al padrone.
L’uomo la osservò attentamente per qualche minuto. Il fattore si passò una mano tra i capelli. Sembrava un cane bastonato.
«Dove l’ hai trovata Tonio?» chiese il signor Zanchet, con voce preoccupata.
«L’ha portata uno degli uomini. Mi ha detto di averla rinvenuta non lontano dalla Favorita» rispose lui.
Marco si avvicinò alla finestra. I contadini sembravano formiche impazzite. Entravano e uscivano dai filari. Qualcuno imprecava. Cominciarono a radunarsi davanti alla casa, in attesa di disposizioni o almeno di una parola che potesse rassicurarli. Ad una ventina di giorni dalla vendemmia, si rischiava di veder andare in fumo tutta la produzione del miglior Merlot della provincia. Il ragazzo si voltò di nuovo verso i due uomini. Osservò attentamente il padre che parlava con il fattore. Aveva lo sgomento dipinto sul viso. Gli era capitato di vederlo così soltanto un’altra volta. Quando riportarono a casa le mostrine di Giovanni, suo fratello, che nonostante le preghiere accorate della madre e le minacce del padre, era corso ad arruolarsi volontario nella RSI, all’indomani dell’otto settembre. Erano ancora sporche di sangue, perché nessuno tra i suoi camerati, si era curato di pulirle. Sedici anni compiuti da poco, anche se lui, mentendo, ne aveva dichiarati diciotto. Un attentato partigiano, fu la versione ufficiale. Nei giorni seguenti, però, si vociferò da più parti che era stata una vendetta perché il ragazzo si era lasciato andare a crudeltà di ogni tipo durante alcuni rastrellamenti. Il corpo l’avevano dato in pasto ai maiali e non ne era rimasto nulla. Linciato era la parola esatta che aveva sentito dire dai vicini di casa. Una notte, all’improvviso, tutta la famiglia lasciò Trieste, per andare al sud. Raggiunsero alcune persone fidate, membri di una comunità friulana nell’Agro Pontino con le quali, già da qualche anno, avevano fatto buoni affari. Il migliore tra questi, era stato proprio l’acquisto da un certo Procaccia, a un prezzo irrisorio, di un appezzamento di terreno enorme, coltivato a vitigni pregiati: la Favorita. Dopo un primo, comprensibile, momento di scoramento, Emilio Zanchet riconquistò il controllo di sé stesso. Parlava con Tonio come un generale con le sue truppe prima della battaglia finale. Sangue freddo e decisione. Anche lui avrebbe voluto essere così, ma sembrava non fosse fatto della stessa pasta. Il fattore, dopo aver ascoltato attentamente il padrone, uscì dalla stanza e andò verso il gruppo di contadini che erano rimasti in attesa, pieni di apprensione, non lontano dalla porta del casale. Iniziò a parlare, mentre altri uomini e donne accorrevano e si raggruppavano sempre più numerosi intorno a lui. Una vecchia, vestita di nero, si segnò. Lo stesso fece fare ad un bambino che era lì di fianco. Marco si avvicinò cautamente al padre.
«Papà, per quel che riguarda l’università..» iniziò il ragazzo con voce esitante.
Il genitore gli fece cenno di tacere.
«Ne parliamo in un altro momento, Marco» disse con tono grave.
Il giovane non aggiunse altro. Durante il pranzo nessuno parlò, se non per cortesia formale. La tensione era palpabile. Dopo circa un’ora sentì un nitrito e un rumore di zoccoli provenire dall’esterno delle scuderie. Uscì sulla veranda, incuriosito. Era Turbine, lo splendido stallone maremmano di suo padre. Baio di colore, aveva una folta criniera nera che sembrava seta e una nevrilità che incuteva soggezione. Uno degli stallieri lo portava, tenendolo per le redini, verso il piazzale antistante il casale. Emilio Zanchet era lì in attesa, vestito con un completo marrone scuro e stivali color cuoio. L’uomo si avvicinò e carezzò il muso dell’animale che abbassò la testa, come per assecondare il gesto del padrone.
«Stai buono» disse mentre infilava il piede sinistro nella staffa.
Montò in sella, afferrò le briglie, e dopo aver dato un leggero colpo col tallone sul fianco del cavallo, si diresse verso la Favorita. Marco lo guardò finché non scomparve dalla sua vista e non poté fare a meno di considerare ingiusto che gli fosse concesso di avere, per sé soltanto, tanta bellezza. A lui infatti il padre non aveva mai permesso di cavalcare quella magnifica bestia. Al massimo di strigliarla. Sospirò e qualche istante più tardi, rientrò in casa.

Tonio vide il padrone che arrivava e gli andò incontro sul sentiero che conduceva ai vitigni.
«Salve» disse il fattore.
Si avvicinò e alzò il braccio per accarezzare lo stallone che, con il suo fisico imponente, lo sovrastava.
«Non azzardarti a toccarlo con quelle mani così luride» sibilò il signor Zanchet.
Gli fece segno, con il frustino, di allontanarsi dall’animale. Facendo leva sulle staffe, l’uomo si alzò dalla sella distendendo le gambe per tutta la loro lunghezza e osservò per qualche istante ciò che stava accadendo intorno ai tralci. Smontò di cavallo e gli si avvicinò.
«Come sta andando?» gli chiese senza preamboli.
Lo fissò dritto negli occhi. Tonio si voltò ed indicò gli uomini e le donne che stavano lavorando alacremente, senza sosta.
«Come potete vedere da voi. Sono tutti al loro posto» rispose.
L’uomo annuì. Si allontanarono dai filari, in modo che non potessero essere né visti né sentiti.
«Stai facendo di tutto perché diano il massimo?» domandò il padrone, sferzando l’aria con lo scudiscio.
«Sa signor Zanchet, per lavorare bene bisogna stare tranquilli» replicò il fattore.
L’uomo mostrò con un’occhiataccia di non aver gradito il tono sarcastico della risposta. L’altro fece finta di non accorgersene. Tornarono indietro verso il punto in cui il padrone aveva legato il cavallo. Vi trovarono Marco che arrivato in quel momento alla Favorita, parlava con uno dei contadini.
«Ciao Marco» esclamò Tonio.
Il ragazzo si girò. Rispose al saluto con un cenno della mano. Il padre arrivatogli vicino, lo afferrò per un braccio e lo spinse più in là di qualche passo. Il fattore non avanzò oltre.
«Qui non ci devi stare. Torna al casale» gli disse duramente.
L’uomo aveva l’alito appesantito dal fumo e il giovane infastidito, si voltò irritato. Liberò il braccio dalla stretta del genitore.
«Potrei essere utile» ribatté.
«Torna subito al casale» gli ordinò il padre.
«Ma perché?» chiese Marco sgranando gli occhi.
L’uomo si avvicinò nuovamente al figlio e gli passò il frustino sotto il mento, obbligandolo ad alzare la testa verso l’alto.
«Non mi contraddire davanti a questi pezzenti o ti faccio pentire di essere venuto al mondo» disse.
Tonio era rimasto a guardare. Fece dei cenni affinché quelli che si stavano avvicinando incuriositi, tornassero al lavoro. Marco cominciò ad avviarsi. Lentamente. L’uomo raggiunse di nuovo il fattore.
«I figli sono come le piante. Vanno tirati su dritti, per amore o per forza» gli disse, cercando nel suo sguardo un cenno di assenso.
Gli uomini lì attorno annuirono, per non contraddire il padrone. Tonio invece non commentò. Si limitò a guardare il giovane che andava via.
Il ragazzo iniziò a camminare sempre più velocemente, fino a che si mise a correre. Si fermò più o meno a metà del percorso per riprendere fiato.
«Maledetto. Che si fotta lui e la sua Favorita » disse rabbiosamente.
Scalciò un paio di volte, proprio come se avesse potuto colpirlo in pieno viso. Prese dei sassi da terra e li scagliò con violenza, senza neanche guardare dove. Dopo qualche tempo, una mezzora forse, riuscì a calmarsi e si incamminò di nuovo verso casa. Una volta arrivato, filò dritto in camera sua, senza neanche rispondere alla madre che sentendolo rientrare, lo aveva chiamato. Allora fu lei ad andare da lui. Provò a girare un paio di volte la maniglia per aprire, ma la porta non si mosse di un millimetro. Bussò. Non certo per chiedere il permesso di entrare. Marco aprì e andò a sedersi sul letto. La donna penetrò nella stanza del figlio con lo stesso atteggiamento che usa la polizia quando ha scovato il rifugio di un malvivente.
«Perché hai chiuso a chiave? Sei solo?» domandò la madre.
«No. Sono tutti nascosti sotto il letto» rispose lui ironicamente.
«Non fare l’impertinente con me» replicò la donna.
«Chi credevi di trovare?» chiese Marco.
«Si, fai pure il finto tonto. Lo sai benissimo» esclamò lei irritata.
Il ragazzo guardò sconsolato verso la finestra, rassegnato a doversi sorbire una rampogna materna.
«Lasciamo perdere. Si può sapere dove sei stato?» gli chiese in tono inquisitorio.
Il giovane iniziò a raccontarle per filo e per segno quello che era accaduto, senza calcare troppo la mano su quelli che considerava i particolari più umilianti. La donna lo interruppe con un gesto della mano.
«Mi sembra ti fosse già stato detto che non ti devi mischiare ai contadini» sentenziò.
«Ma..» cercò di ribattere lui.
«Niente ma. Tuo padre ti sta garantendo un futuro e il tuo modo di ringraziarlo è questo: disubbidendo. Sei un ingrato» lo zittì lei.
Marco avrebbe voluto controbattere ma rimase con lo sguardo perso, senza sapere che cosa dire. Si sentiva accerchiato. Nessuna sponda, nessun porto sicuro, da nessuna parte. Quella donna, non soltanto non lo capiva né lo aiutava, ma era sempre totalmente dalla parte di suo marito.
«Tu vuoi fare di testa tua, senza starci a sentire. Proprio come..» iniziò a dire, troncando però la frase a metà.
«Come Giovanni. E’ questo che stavi per aggiungere?» la rimbeccò il figlio.
«Tuo fratello non lo devi neanche nominare» urlò la madre.
«Lo hanno ammazzato come un cane perché..» tentò di dire, stizzito, il ragazzo.
Lei si avvicinò e lo colpì con uno schiaffo in pieno viso perché non dicesse altro. Si ritrasse, come se avesse improvvisamente compreso di aver commesso qualcosa di enormemente grave e sbagliato. Il figlio la fissò sbalordito. Senza aggiungere nulla, la donna uscì dalla stanza, visibilmente turbata. Corse giù per le scale.
«Io non sono come lui. Non sono lui» gridò il ragazzo.
Il silenzio calò nella stanza, come un sipario in un teatro. Marco si distese sul letto, completamente vestito. Ridiscese soltanto all’ora di cena. Contrariamente a quanto si aspettava, la madre quella sera non fece menzione della loro discussione con il marito e anche il giovane si guardò bene dal sollevare l’argomento. La donna non parlò dell’accaduto neanche successivamente, ma il ragazzo ebbe l’impressione, specialmente nei primi tempi, che lei volesse in qualche modo scusarsi. Rimase soltanto un’intenzione, però. L’orgoglio fu un freno troppo forte.

Tra alti e bassi, i giorni passarono, uno dopo l’altro, fino a che arrivò il momento della vendemmia delle uve più pregiate, all’incirca verso la metà di settembre. L’attività febbrile che si stava svolgendo alla Favorita sembrava aver contagiato un po’ tutti, uomini e animali. Persino i bambini, giù al casale, erano più vivaci del consueto. Marco fu assalito da una sensazione che non riuscì a definire chiaramente, un miscuglio di tristezza e risentimento. La sua unica consolazione divenne immergersi nella lettura, per evadere da quella quotidianità, a volte meschina, e ritrovarsi in mondi fantastici che nella sua mente diventavano reali. La speranza era che questa pace potesse durare. Ma non fu così. Un pomeriggio Emilio Zanchet tornò dalla Favorita cavalcando ad andatura sostenuta. Smontò di sella ed entrò in casa quasi correndo. Marco seduto in veranda lo salutò mentre gli passava davanti, ma non ottenne come risposta che un lieve cenno. Il ragazzo non si sorprese più di tanto. Non era un uomo espansivo, almeno non con lui. Comparve nuovamente sul loggiato qualche istante dopo. Squadrò attentamente il figlio, quasi stesse cercando a tutti i costi qualcosa che non andasse, un pretesto per rimproverarlo.
«Vai a dare una strigliata a Turbine. Ne ha bisogno» disse l’uomo all’improvviso.
Marco abbassò il libro che aveva tra le mani.
«Non c’è lo stalliere?» domandò.
«Si. Ma io l’ ho detto a te» rispose il padre
«Ovviamente non conta nulla che io stia leggendo..» disse il ragazzo.
«Ovviamente» ribatté l’uomo.
Il giovane si alzò per avviarsi verso le scuderie. Arrivato di fianco al genitore si fermò.
« Per quanto ancora continuerà questa storia?» chiese, fissandolo.
Il padre lo guardò a sua volta dritto negli occhi.
«Devi imparare che cosa sia la disciplina. Che tu lo voglia o no» rispose rabbiosamente l’uomo.
Senza commentare la risposta, il ragazzo riprese a camminare.
«Un giorno mi ringrazierai» disse il genitore, mentre lui si allontanava.
Marco fece finta di nulla e continuò ad avanzare.
«Si papà. Un giorno ti presenterò il conto, stanne certo» pensò tra sé.
Arrivato alla stalla, trovò il garzone che stava preparando il cavallo per le consuete operazioni di pulizia. Dopo avergli comunicato la decisione del genitore e domato a stento la stizza dovuta alla palese contentezza dell’altro per essere stato sollevato dall’incarico, il ragazzo prese la striglia. Turbine si lasciò accudire con docilità. L’animale abbassò la testa, annusando le sue mani in cerca di qualcosa da mangiare. Il ragazzo prese una zolletta di zucchero da una sacca lì vicino e gliela porse. Il cavallo avvicinò di nuovo il muso. Marco ritrasse la mano, fingendo di non volergliela più dare. Rise per lo sconcerto della bestia, disorientata dal suo comportamento. Lo carezzò.
«Mica te la potrei dare. Questo rimane un segreto tra te e me» disse il giovane, mentre Turbine finalmente riusciva a godersi il suo premio.
Quando rientrò in casa, i genitori erano nel soggiorno che discutevano animatamente. Stavano stilando una lista. La madre appuntava dei nomi su un foglio, a mano a mano che i due trovavano un accordo.
«Che succede?» chiese il ragazzo, incuriosito.
«La vendemmia è stata eccezionale. Tuo padre la vuole festeggiare con un ricevimento domani sera. Stiamo decidendo chi invitare» rispose la madre.
«Veramente tu stai decidendo chi invitare» precisò il marito polemicamente.
«Non vorrai mica che si dica che frequentiamo dei paysan, dei contadini bifolchi?» obiettò la donna.
L’uomo alzò gli occhi al cielo e si arrese al fatto che non c’era modo di spuntarla con la spocchia della moglie.
«Naturalmente io non posso invitare nessuno..» disse scherzosamente il ragazzo.
I due si voltarono verso di lui, e lo guardarono come se avesse bestemmiato durante la messa. Marco rise amaramente, e li lasciò ad arrovellarsi il cervello su chi dovesse avere l’onore di essere ricevuto in casa Zanchet e chi no, la sera del grande evento mondano.
L’indomani Marco fu svegliato da una cantilena che proveniva dal salotto. Il ragazzo si vestì un po’ alla rinfusa e scese al pianterreno. Si affacciò dalla porta, avendo cura di non essere visto dall’interno, per capire che cosa stesse succedendo. Le cameriere, impettite, stavano in fila davanti alla madre. Lei tentava di istruirle su ciò che avrebbero dovuto dire e fare una volta che fossero giunti gli ospiti. Si sentiva come Toscanini quando dirigeva l’orchestra della Scala.
«Avanti ripetete dopo di me: Bon soir monsieur, bon soir madame» disse la signora Zanchet.
Ottenne in risposta soltanto una raffica di storpiature che somigliavano piuttosto a dei grugniti, e anche qualche risolino impertinente.
«No, no. Di nuovo» le incalzò lei.
Il risultato fu persino peggiore di quello precedente.
«Insomma basta. Possibile non si possa neanche leggere in santa pace? Si può sapere quando finirà quest’idiozia del francese?» proruppe il padre spazientito. Ripiegò nervosamente il giornale, gettandolo di fianco a sé. Imprecò in modo non proprio signorile. La donna fece cenno alla servitù di andare. Passarono di corsa davanti a Marco, una dopo l’altra, a testa bassa, senza dire nulla. Soltanto Adelina sollevò il capo e sorrise. Avrebbe voluto fermarsi, dire qualcosa, ma la paura di essere rimproverata fu più forte di lei. Si guardarono soltanto per un attimo, poi la ragazza affrettò il passo e raggiunse le altre. I genitori, che non si erano minimamente accorti della presenza del figlio, cominciarono a discutere con una certa animosità. Marco approfittò della loro distrazione e andò fuori, sulla veranda. Fece un respiro profondo. Non distante da lui, c’era la piccola Anna. Il fratello la osservò per un po’ mentre giocava seduta per terra, con la sua bambola preferita. Il ragazzo prese un sassolino e lo tirò vicino a lei. Si nascose per non farsi scoprire. La bambina, attirata da quel minuscolo oggetto che le era arrivato vicino all’improvviso, si guardò intorno cercando di capire da dove provenisse. Niente. Sembrava non ci fosse nessuno. Riprese a giocare. Il ragazzo ne prese un altro e lo tirò nuovamente in direzione della sorella. Stavolta però non si mosse. Si mise in ginocchio. La piccola alzò lo sguardo. Non appena vide il giovane, gli corse incontro. La bambina si tuffò tra le braccia del fratello. Lui rischiò di cadere per il suo impeto. La tenne così stretta che ebbe quasi paura di soffocarla.
«Eccola qui la mia principessa» disse.
Si rialzò e le carezzò la testolina. Anna rise. Andarono mano nella mano fino al punto in cui lei aveva lasciato cadere la sua bambola, prima di precipitarsi da lui. In quel momento il padre uscì di casa. Era vestito in modo elegante. Si fermò di scatto, come se avesse dimenticato qualcosa. Tornò indietro, fino alla porta.
«A proposito, non ci sarò per pranzo. Rientrerò nel pomeriggio» disse, rivolto alla moglie.
La piccola osservò la scena incuriosita. L’uomo passando davanti ai suoi due figli, rallentò.
«Sempre senza far niente tu..» sentenziò, guardando il ragazzo.
Non aggiunse altro, e andò via veloce verso la rimessa delle auto. Il giovane restò pensieroso, tenendo la bambina per la mano. Si accovacciò e sorrise. Anna lo guardò.
«Tu mi vorrai sempre bene, vero?» le sussurrò, abbracciandola.
La bambina si strinse forte a lui, senza dire nulla. Marco capì che quello equivaleva ad un si. La lasciò ai suoi giochi. Camminò per un po’ senza avere una meta precisa, con un umore che diventava, istante dopo istante, sempre più nero. Rimuginò su tutti i modi in cui il padre avrebbe potuto pagare le umiliazioni che lui aveva subite ma sembrava non ne esistessero di sufficientemente dolorosi per placare la sua rabbia. Arrivato alle stalle, si avvicinò all’entrata. L’interno, che riceveva luce soltanto da due lucernari posti in alto, risultava fiocamente illuminato. Nonostante ciò, la presenza di Turbine si percepiva nettamente. Il ragazzo esitò un istante, poi entrò. L’animale lo aveva già fiutato da quando lui si trovava all’esterno. Non mostrò segni di nervosismo. Lui fece qualche passo. Quando gli occhi si abituarono alla penombra, incrociò lo sguardo del cavallo che, sportosi oltre il limite del suo alloggiamento, aveva disteso il collo verso di lui. Si fermò. Nella sua mente, mentre fissava quella splendida bestia, prese corpo un’ idea terribile.
«Ci sono. Ucciderò Turbine» pensò tra sé.
Si avvicinò di nuovo. Allungò la mano per accarezzare la testa dello stallone. Il cavallo l’ annusò, come era solito fare.
«Lo so che non è giusto che sia tu a pagare al suo posto» bisbigliò.
Gli diede un ultimo leggero tocco sul muso e uscì all’aria aperta. Rimase prima stupito poi inorridito dalla freddezza con cui aveva formulato quell’ ipotesi, ma la rabbia ebbe il sopravvento su qualsiasi sentimento di pietà. Una volta stabilito che cosa, Marco si rese conto però che mancavano due elementi altrettanto importanti: come e quando Il come lo stabilì subito: lo avrebbe avvelenato. Il quando era tutto da vedere. La decisione andava presa con calma. La vendetta è un piatto da servire freddo. Si avviò lentamente in direzione della casa.

Stava andando verso le scale, per tornare in camera sua, quando sentì canticchiare. Adelina aveva una voce inconfondibile, soprattutto perché era stonata come una campana. Il suono proveniva dallo studio di suo padre. Si avvicinò con circospezione. La porta era accostata. Aprì lentamente, cercando di fare meno rumore possibile. La ragazza stava pulendo la scrivania, mettendo particolare attenzione nel riporre le carte del padrone, esattamente nella stessa posizione in cui le aveva trovate. Era voltata di schiena e non si accorse che Marco la stava osservando. Il ragazzo applaudì ed entrò. Chiuse. Lei sorrise.
«Continua pure a fare quello che stavi facendo» le disse a bassa voce, perché non lo sentissero da fuori.
Adelina lo fissò per un istante, poi si voltò e riprese a spolverare il tavolo. Marco le arrivò alle spalle, e la strinse in un abbraccio che lei non ebbe né la forza, né tanto meno la voglia, di contrastare. Esplorò tutta la sua intimità. Sentì che tremava.
«Stasera ci sarà un ricevimento per festeggiare la vendemmia» le sussurrò il ragazzo.
«E allora?» rispose lei.
«Allora noi potremmo fare una nostra festicciola privata. Ti va?» ribatté Marco.
La ragazza si girò e lo baciò.
«Si» disse, con un filo di voce.
Ritenendo fosse inutile rischiare di essere scoperti, Marco si allontanò da lei. Era sul punto di andarsene. La cassaforte che il padre teneva nello studio, leggermente aperta, attirò improvvisamente la sua attenzione. Si avvicinò allo sportello con un atteggiamento titubante, ma allo stesso tempo incapace di resistere alla tentazione di aprire e vedere che cosa custodisse di così segreto. Dimenticò completamente la presenza della ragazza.
«Non mi capiterà mai più un’occasione simile» disse Marco tra sé.
Guardò dentro. Si impose, anche se temeva che non ci sarebbe riuscito, di non toccare niente. Carte, carte e ancora carte. Sembrava non ci fosse nulla di così interessante. Sul fondo della cassaforte, notò, proprio prima di richiudere, una coppia di diari rilegati entrambi in pelle nera. Una preda troppo appetitosa. Pensare e agire fu un tutt’uno. Afferrò il primo. Sulla pagina iniziale, posta in alto al centro, c’era una scritta che per lui aveva un significato particolare: Trieste. La città dov’era nato. La legatura era leggermente consumata. Cominciò a leggere a bassa voce. Le annotazioni iniziavano dal mese di febbraio ed arrivavano fino alla metà di aprile del 1943, per poi riprendere il primo di settembre dello stesso anno. Man mano che andava avanti Marco sembrava sempre più sbalordito. La ragazza rimase alle sue spalle, senza dire una parola, ma stando attenta ad ogni particolare.
«Ma guarda che maiale» bisbigliò Marco.
«Chi?» domandò Adelina, fingendo di non aver capito.
«Nulla. Cose mie» rispose lui.
Prese i due diari e cercò di rimettere lo sportello della cassaforte come se nessuno lo avesse mai toccato. Poi si avvicinò alla giovane.
«Tu non mi hai visto. Io oggi non sono stato in questa stanza» le disse.
Lei annuì. Marco uscì di gran fretta e corse in camera. Si sedette sul letto ed ispezionò pagina per pagina quelle annotazioni giornaliere. L’inchiostro di china nero con cui erano state scritte era sbiadito, ma risultavano lo stesso leggibili. Il loro significato era inequivocabile. Cifre, per l’epoca enormi, emesse in pagamento dalle autorità d’occupazione tedesche in favore del padre e di altre persone, quale compenso per aver denunciato la presenza di ebrei e aver favorito la loro cattura. Anche amici di famiglia. Facce e voci che si riaffacciavano alla memoria dopo dodici anni. Pian piano, come i tasselli di un puzzle del quale si è trovata la soluzione all’improvviso, prendevano il loro giusto posto quelle visite notturne di uomini che non parlavano la sua lingua e di cui lui, a sette anni, non capiva il motivo. Lo avevano sempre spaventato a morte. C’era anche un appunto per la richiesta di un aumento, da fare ad un certo maggiore Freiderik delle SS, perché soltanto mille lire per ogni bambino erano troppo poche. Se non le diecimila come per gli adulti, almeno cinquemila. Gli affari sono affari. Molti di quei nominativi erano cancellati con una linea in inchiostro rosso. A fianco di ciascuno di essi, si leggeva la dicitura San Sabba. Provò a contare quanti fossero in tutto, ma arrivato intorno al centinaio, smise. La cosa da cui rimase più impressionato, nell’enormità di quello che andava scoprendo, a mano a mano che proseguiva la lettura, era un particolare in apparenza insignificante: l’evidente fluidità della scrittura. Tratti continui e regolari. Segno che non c’era stata, in chi aveva esteso quelle note, la minima emozione o incertezza. Con la medesima disinvoltura con cui avrebbe potuto scrivere la frase distinti saluti alla fine di una lettera di cortesia, quella stessa mano aveva indicato, per la vita di un certo Israel Stuparich, il prezzo di diecimila lire. Mise i due diari sulla sua scrivania. Per un po’ sentì l’amaro in bocca di aver scoperto che razza di bastardo fosse il padre. Poi si fece strada in lui, la consapevolezza che quelle maledette carte potevano essere la chiave di volta del suo futuro. Lasciò guidare i suoi pensieri dal rancore, e prese una decisione terribile. Un ricatto, ecco come li avrebbe utilizzati. Basta umiliazioni, basta castighi, basta imposizioni. Sorrise perché ciò faceva certamente di lui, il degno figlio di Emilio Zanchet.. Alla fine aveva scoperto anche un lato positivo in tutta questa faccenda: Turbine, non sarebbe stato ucciso.

Dopo un pranzo veloce, Marco tornò in camera sua. Qualche minuto più tardi bussarono alla porta. Lui aprì con circospezione e si trovò davanti Adelina. La fece entrare e richiuse velocemente.
«Che cosa vuoi?» le chiese.
Lei non rispose. Lo squadrò per un istante che parve lunghissimo. La ragazza avanzò con movenze feline. Lo spinse verso il letto.
«Tua madre sta riposando. Non dovevamo fare qualcosa noi due?» disse.
Marco pensava, in tutta franchezza, che non avrebbe avuto lo stato d’animo per simili prodezze, ma uno spirito giovane, si sa, fa presto a risollevarsi e lei aveva argomenti che non potevano essere certo ignorati.
Adelina si tolse i vestiti senza mostrare particolare fretta, in modo maliziosamente distaccato, mentre lui se li strappò letteralmente di dosso, sparpagliandoli per tutta la stanza. I loro giochi durarono fintanto che il ragazzo, spossato, non disse basta. Rimasero distesi, l’uno vicino all’altra. Il giovane fu pian piano sopraffatto dal torpore che gli impediva di tenere gli occhi aperti. Nonostante fosse meno stanca, anche lei si addormentò. Dopo qualche tempo la giovane riaprì gli occhi. Guardò il suo orologio da polso. Aveva dormito come un sasso per più di un’ora. La prima cosa che le venne in mente fu il guaio in cui si sarebbe trovata se, nel frattempo, qualcuno l’avesse cercata.
«Se entrasse madame adesso sarei fritta» pensò.
Marco continuò a rimanere nel letto, sprofondato in chissà quali sogni, con la beatitudine dipinta sul viso. La ragazza ne approfittò per iniziare a rivestirsi. Non fu cosa facile perché la roba che indossava, crestina compresa, si era mescolata con quella del ragazzo. Dovette cercarla, mettendo le mani un po’ dappertutto. Sgattaiolò fuori dalla stanza, cercando di fare meno rumore possibile, per non svegliarlo. Scese velocemente le scale, intenzionata a raggiungere il resto della servitù che era impegnata nei preparativi per la serata. La signora Zanchet, dal salone, la vide muoversi come un’ombra furtiva e le andò incontro.
«Che ci fai in giro senza far niente?» le domandò bruscamente.
«Chiedo scusa madame. Ero in bagno» rispose la ragazza lestamente.
Troppo, per non destare sospetti. Specie in chi fa della mancanza di fiducia negli altri, la propria regola di vita
«Giurerei, invece, che tu stessi scendendo dal piano di sopra» la rimbeccò la padrona.
«Oh no, madame» disse lei, con un tono di voce che pareva un giuramento.
«Va bene, va bene. Torna subito al lavoro» sentenziò la padrona.
La donna decise comunque di andare su a controllare. Con il suo solito atteggiamento da segugio, entrò all’improvviso nella stanza del figlio. Marco dormiva ancora. La madre ispezionò, borbottando, ogni angolo della camera. Cercava una traccia, seppur vaga, che inchiodasse la cameriera. Il ragazzo, disturbato dal rumore, si sveglio di scatto.
«Ma che ci fai in camera mia?» chiese il giovane ancora assonnato.
«C’era quella sgualdrinella qui, vero?» domandò lei di rimando.
Il giovane negò più e più volte mentre lei, incurante delle risposte del figlio, continuò a rimestare tra le sue cose. In parte delusa, ma sollevata dall’esito negativo della sua indagine, la signora Zanchet tornò di sotto. Marco si mise qualcosa addosso e ringraziò il cielo che la madre non lo avesse costretto ad uscire da sotto le lenzuola. Tornò a letto. Nonostante avesse dormito, si sentiva comunque stanco morto. Lasciò che il sonno lo riprendesse. Rimase appisolato fino al rientro del padre, nel pomeriggio inoltrato. Il ragazzo aprì gli occhi che il genitore lo stava scuotendo, non proprio delicatamente, perché voleva parlargli.
«Questa stanza fa schifo. Sembra un porcile» disse il padre.
Mosse qualche passo, fino alla scrivania. Marco seguì i movimenti dell’uomo con una certa apprensione. Sembrava che avesse notato qualcosa e volesse avvicinarsi per controllare.
«In effetti dovrei rimettere a posto» si affrettò a dire il giovane, mettendosi in ginocchio e cercando di attirare la sua attenzione alzando il tono della voce.
Il genitore si voltò.
«Finalmente ti sento dire una cosa giusta» esclamò il padre.
Tornò indietro, fino al letto del ragazzo.
«Comunque, sono venuto soltanto a comunicarti che stasera darò la notizia che a novembre inizierai gli studi per diventare avvocato a Napoli» gli annunciò l’uomo..
Lo fece con una certa arroganza. Il giovane non ebbe la forza di ribattere nulla.
«Vedi di non fare commenti quando sarà il momento» aggiunse.
Detto questo, andò verso la porta. Prima di uscire, diede un’ultima occhiata alla camera. Poi rivolse uno sguardo severo al figlio.
«E’ un letamaio» esclamò, indicando i punti in cui maggiore era il disordine .
Lasciò la porta aperta. I suoi passi risuonarono veloci sul pianerottolo e poi per le scale.

Arrivò la sera. Il ragazzo si alzò dal letto e accese la luce. Chiuse la finestra. Cercò di vedere il suo riflesso nel vetro, come in uno specchio, ma fu impossibile perché era troppo sporco. Marco diede un’occhiata alla stanza. In effetti era nel caos più completo. Alzò le spalle. Qualcuno se ne sarebbe occupato al momento opportuno. Certo non lui. Le cose stavano per cambiare. Sorrise compiaciuto. Guardò l’ora. Tra non molto sarebbero arrivati i primi invitati e lui non era ancora pronto. Spalancò le ante dell’armadio e scelse un completo di lino blu ed una camicia azzurra, dello stesso tessuto, con il collo alla francese.
«Stasera mi tocca pure essere elegante» pensò, mentre sceglieva la cravatta da abbinare. Prese l’abito, la camicia e la cravatta e li poggiò sul letto. Si vestì in un lampo. Aggiunse un tocco di acqua di colonia. Un sentore di agrumi, mescolato a una lieve nota di lavanda. Molto raffinato. Si mise davanti allo specchio del guardaroba per valutare l’insieme. Gli parve di aver fatto una buona scelta. D’altronde, aveva dalla sua parte un fisico slanciato che gli permetteva di indossare qualsiasi cosa, come se gliela avessero cucita addosso. Eredità di suo padre.
«Devo trovare un posto per quei maledetti diari» pensò il ragazzo, aggiustandosi il nodo della cravatta.
Si diresse alla scrivania. Un brivido gli percorse la schiena. Sembrava non fossero più dove li aveva lasciati. Spostò alcune cose che erano sul tavolo, nella speranza di trovarli lì sotto. Nulla. La sicurezza ostentata fino a qualche momento prima, si sgretolò in un istante. Guardò per terra.
«Potrebbero essere finiti sul pavimento senza che me ne accorgessi» disse a sé stesso.
Pregò perché risultasse vero. Niente. Sembrava che si fossero volatilizzati. Guardò in giro per tutta la stanza, anche nei posti più improbabili. Si accorse che non aveva più salivazione. Era nel panico.
«Sono finito» pensò.
Si lasciò andare su una sedia. Chiuse gli occhi.
«Ma chi può averli presi?» si chiese.
Cercò di ripercorrere gli avvenimenti con la memoria. Nella stanza, oltre a lui, c’erano stati il padre, la madre e Adelina.
Non aveva notato nulla di anomalo, che potesse indicare che uno dei tre li avesse visti. Il padre poi, lo avrebbe certamente messo sotto torchio per sapere come fossero finiti nelle sue mani. Per non parlare delle botte che avrebbe sicuramente preso. E Adelina? Figuriamoci. Che cosa potrebbe capirne lei? Domande alle le quali non riuscì a trovare una risposta, ma che contribuirono ad alimentare la sua angoscia. Sentì dei passi salire le scale e poi fermarsi all’incirca a metà. Soltanto in quell’istante si rese conto che dall’esterno proveniva il rumore delle auto che parcheggiavano sotto le sue finestre.
«Marco scendi. Stanno arrivando gli ospiti» disse la madre.
«Eccomi. Solo un momento» rispose il ragazzo.
Fece un respiro profondo. Non sapeva quello che sarebbe successo di lì in avanti, ma al punto in cui era non aveva più molta importanza. Uscì e chiuse la porta a chiave. La donna lo stava aspettando, in cima alle scale. Lo squadrò da capo a piedi.
«Mi sembri un po’ pallido. Sei sicuro di sentirti bene?» gli chiese.
«E’ una tua impressione. Sta tranquilla, è tutto a posto» rispose.
Scesero assieme e il giovane non poté fare a meno di rammaricarsi che il suo stato d’animo fosse così evidente. Arrivati all’ingresso del salone, la madre si staccò da lui e andò verso il marito. Marco rimase indietro, fermandosi un istante ancora sulla soglia. Osservò i genitori. Il padre stava in piedi, vicino alla finestra con una sigaretta in mano e un’aria soddisfatta, che lui percepì come beffarda. La donna gli stava accanto, come una regina al suo re. Parlavano. Più di una volta indirizzarono lo sguardo nel punto della stanza in cui era lui. Sorrisero, scambiandosi qualche commento.
«Te li sei ripresi quegli stramaledetti diari, vero?» pensò stizzito il ragazzo.
Si morse le labbra. L’uomo gli fece cenno di avvicinarsi, con il suo solito modo rude. Nel frattempo le cameriere continuavano a far entrare gli invitati, accogliendoli con un inchino e biascicando, quando la signora le guardava, quello che avevano imparato la mattina. Qualcuno rideva sommessamente, cercando tuttavia di non mortificare troppo quelle povere donne. Dopo circa una mezz’ora erano arrivati tutti. Marco contò i presenti: cinquantacinque persone, tra donne e uomini. C’erano anche alcuni suoi coetanei tra questi. Il mormorio delle mille conversazioni, che si creavano e interrompevano ad ogni istante, gli diede un po’ ai nervi. La signora Zanchet guardò la più anziana tra le domestiche e le rivolse un cenno d’intesa. La donna, dopo aver risposto alla padrona chinando lievemente il capo, andò insieme ad altre due a sistemarsi davanti a un grande tavolo di forma ellittica, posto in un angolo del salone. Per l’occasione, era stato imbandito con una splendida tovaglia di lino ricamata a mano, posate e vassoi d’argento, stoviglie di porcellana e calici di cristallo. La signora non avrebbe tollerato nulla di meno di questo. Le cameriere tolsero i coperchi dai vassoi e tornarono velocemente in cucina. Lei fece un passo in avanti, alzò le braccia e batté due volte le mani, per attirare l’attenzione degli ospiti. Tutti gli occhi puntarono su di lei.
«Mes amis! Buona sera e benvenuti» esclamò.
Un leggero brusio percorse tutta la sala.
«La soiree abbia inizio» disse con tono allegro, indicando la tavola, alle spalle degli invitati.
Cominciarono pian piano ad affollarsi intorno all’abbondante buffet, preparato con cura dalla cuoca per quella particolare serata. La signora Zanchet chiamò, con un gesto della mano, una delle cameriere. Le bisbigliò qualcosa all’orecchio. Lei scosse la testa in segno di diniego, provocando la reazione stizzita della padrona. Marco si guardò intorno. C’era qualcosa che non gli tornava. Un dettaglio stonato, anche se non riusciva a focalizzare quale fosse. Emilio Zanchet si avvicinò repentinamente al giovane.
«Sei stato nel mio studio quando io non c’ero?» gli chiese all’improvviso, prendendolo per un braccio. Fece in modo che nessuno si accorgesse del suo gesto. Marco impallidì.
«Ma allora li ha trovati veramente lui» pensò il ragazzo.
Deglutì. Cercò di mantenere il controllo della situazione.
«Ma come ti viene in mente?» rispose, deciso a negare qualsiasi cosa gli venisse addebitata, anche l’evidenza. Scosse la testa, sorridendo, per tentare di convincere il padre che quella domanda fosse assurda.
«Marco vedi di non scherzare e rispondi alla domanda» lo rimbeccò serio il genitore.
Stava per iniziare a parlare di nuovo, quando arrivò la madre infuriata.
«Quella stupida di Adelina non si è vista da nessuna parte» disse, rivolgendosi al marito.
L’uomo alzò le spalle.
«E che cosa vuoi che ci faccia io?» domandò lui.
«Niente. Era solo per dire» borbottò la moglie.
Lui rivolse di nuovo la sua attenzione verso il figlio, mentre lei decise di andare a prendere qualcosa da mangiare.
«Sto aspettando una risposta» disse.
Marco non sapeva più che pesci pigliare. Il padre non aveva nessuna intenzione di demordere. E lui non era tipo da poter resistere a lungo contro la potenza inquisitrice delle domande che il genitore avrebbe continuato a rivolgergli.
Arrivato a quel punto, pensò, la cosa migliore poteva essere proprio un’ammissione, magari parziale. La curiosità, in fondo, non è un atto criminale di per sé. Anzi, a pensarci bene, confessare probabilmente poteva anche essere considerato un segno di pentimento. In definitiva era di suo padre che stava parlando, mica di un aguzzino. Adelina apparve sulla soglia del salone, proprio in quel momento. Come se fosse comparsa dal nulla. Osservò i presenti con l’aria di chi cerca una persona in particolare. Trovò senza problemi il suo obiettivo. Si diresse con passo deciso verso il signor Zanchet. Ignorò completamente Marco che, vedendola arrivare, la stava salutando. Fissò l’uomo dritto negli occhi per un istante. Poi si avvicinò. La guancia di lei sfiorò quella di lui.
«So come hai guadagnato tutti i tuoi soldi. Non vuoi che lo venga a sapere qualcun altro, vero?» gli sussurrò all’orecchio.
L’uomo assunse un’espressione corrucciata.
«Che cosa vuoi?» rispose.
Adelina non ci pensò su neanche un attimo.
«Voglio la metà di tutto» disse.
Gli porse un biglietto che teneva piegato nella mano destra, contenente il nome e l’indirizzo di un notaio.
«Domani mattina, alle dieci in punto, ci vediamo all’indirizzo che sta scritto su quel pezzo di carta. Vedi di non mancare» continuò, con un tono duro che non si addiceva alla figura aggraziata della ragazza. Marco che non riusciva a organizzare coerentemente i suoi pensieri tanto era stato colto di sorpresa dall’atteggiamento della giovane, non fu capace di spiccicare una parola. Anzi assunse un’espressione vagamente idiota. Il dialogo tra il genitore e Adelina divenne più duro.
«Non mi lasci altra scelta, brutta bastarda» replicò l’uomo.
«Non fare la povera vittima adesso. Avrei potuto chiederti di più, se solo avessi voluto. Tutto quanto, per esempio. Ma io non sono ingorda» lo rimbeccò lei.
«E tu pensi davvero che te lo avrei dato?» ribatté lui.
«Non mi sembra che tu sia in condizione di scegliere che cosa concedere e che cosa no» lo zittì la ragazza.
Dal fondo della sala, stava nel frattempo arrivando la signora Zanchet. Appena notò che insieme al marito e al figlio c’era anche Adelina, la donna si precipitò dai tre, intenzionata a darle una bella strigliata. Arrivò a fianco del marito. Con un gesto deciso, diede da reggere a Marco il piatto che aveva riportato dal tavolo del rinfresco.
«Brutta sgualdrinella..» proruppe inviperita la signora.
L’uomo ne bloccò l’avanzata con un braccio e le fece cenno di tacere. La donna lo guardò esterrefatta.
«Ci pensi tu a spiegarle come stanno le cose, Emilio?» disse la giovane, con sarcasmo.
La signora strattonò tentando di avanzare, ma nuovamente il marito la fermò. Il brusio nel salone cessò di colpo. Adelina fece qualche passo verso la porta, poi si fermò.
«Ancora una cosa» disse, voltandosi.
Si avvicinò alla donna e iniziò a sistemarle il tailleur rosa confetto che indossava, in modo brusco, cercando di accostare il più possibile i due lembi della giacca in corrispondenza della scollatura. Quando giudicò che fosse adeguatamente decorosa o forse, più semplicemente, di averla mortificata abbastanza, si allontanò da lei, soddisfatta. La donna rimase impietrita, con la bocca spalancata e gli occhi sgranati.
«Addio madame» le disse, e senza più prestarle attenzione se ne andò, così com’era arrivata, scomparendo nel crepuscolo della sera.




5) IL DEBITO


Contrarre debiti era una delle cose che Philip Chase sapeva fare meglio. Pagarli, un pò meno. La sua pigrizia nel restituire i soldi ai creditori gli aveva lasciato, nel corso degli anni, un setto nasale deviato ed un dito in meno nella mano sinistra. Al Black Horns Café, dove ultimamente passava quasi tutte le sue serate, era conosciuto come Bison Hunter. In effetti il suo lavoro, era quello di guardia forestale, con il compito, tra gli altri, di cacciare e sopprimere i bisonti che sconfinavano dal parco di Yellostone. Lavoro che si vantava di svolgere con inappuntabile solerzia. Quella sera arrivò al locale più tardi del solito. Si sedette ad un tavolo, in disparte. Sul muro, al di sopra della sua testa, il neon della pubblicità di una marca di Bourbon whiskey emetteva una luce intermittente. Tossì. Prese il pacchetto di Chesterfield che portava sempre con sé e ne estrasse una. L’accese e diede una lunga tirata. Buttò fuori il fumo poco alla volta, creando piccoli cerchi che cambiavano colore e dimensioni alla luce del neon. Un nuovo colpo di tosse, violento, fece cadere la cicca che teneva abilmente in bilico tra le labbra. La rimise in bocca, nella medesima posizione. Scrutò la sala alla ricerca di una cameriera, per ordinare da bere. Betty, la sua preferita, arrivò al tavolo con due boccali di birra. Lui la guardò con aria sorpresa.
«Da quando sai leggere nel pensiero, Betty?» chiese in tono scherzoso.
La ragazza non rispose ed iniziò a pulire il tavolo di fianco al suo. Diede una prima sorsata, percorrendo in lungo e in largo con lo sguardo la prosperosa scollatura della ragazza.
«A quanto pare stasera ti sei mangiata la lingua. Ma perché ne hai portati due?» disse.
«L’altro è per me» rispose un uomo da una zona in ombra del locale.
Philip trasecolò. Si voltò per vedere da dove provenisse la voce. Una figura alta, vestita di scuro e con un vistoso cappello da cowboy, afferrò una sedia e si mise al suo fianco, prima che lui potesse tentare una qualsiasi reazione.
«Ti ricordi di me, Phil?» chiese l’uomo.
«Ma certo Greg. Come potrei non ricordarmi di te.» rispose lui, con tono ossequioso.
«E ricordi anche di dovermi ventimila dollari?» aggiunse l’altro.
«Andiamo Greg, non avrai pensato che me ne fossi dimenticato. Ti avrei chiamato tra qualche giorno…» iniziò lui.
L’uomo seduto al suo fianco lo interruppe, prendendolo per il bavero e tirandolo verso di sé.
«Dovrei tagliarti un altro dito, Phil. Possibile che tu non abbia ancora imparato ad essere puntuale? Forse preferisci che faccia una visitina alla tua ragazza. E’ questo che vuoi?» sibilò.
«Non…non ce n’è bisogno. Troverò i soldi. Dammi soltanto qualche altro giorno, Greg. Ti prego…» balbettò lui.
Phil si rendeva conto che Greg Allister non era tipo da prendere sottogamba ma, allo stesso tempo, era anche conscio di non avere quei ventimila dollari e, cosa ancor peggiore, di non sapere assolutamente dove trovarli. L’uomo lo spinse di nuovo verso la sedia, aggiustò il bavero della sua giacca come fossero stati vecchi amici e gli diede uno schiaffo, leggero come se l’avesse colpito con un guanto. Questo urtò Phil peggio che se l’avessero pestato, perché sapeva che poteva significare soltanto una cosa: la posta si sarebbe alzata. Un brivido gli percorse la schiena. Puntuale come l’ agente del Fisco, arrivò la mazzata.
«Tu sei un bastardo, Phil. Bastardo ma fortunato. Voglio darti un’altra possibilità» disse l’uomo, sfoderando un sorriso falso. Si avvicinò e iniziò a sussurrargli qualcosa all’orecchio. Lui rimase interdetto. Si guardarono per qualche istante che sembrò durare un secolo, senza dire una parola.
«Non ti sto chiedendo di farlo, Phil. Te lo sto dicendo» proruppe l’uomo.
Lui prese la birra che non aveva finito, e la bevve tutta d’un fiato. Si asciugò la bocca con il dorso della mano. L’altro si alzò e andò verso l’uscita del locale. Quasi contemporaneamente, due uomini uscirono dall’ombra, e lo seguirono fuori. Phil non li aveva notati prima. Riconobbe subito, Jim Randall e Larry Hagenhorn, due tirapiedi di Greg. Ossi duri della peggior specie. Seguì il terzetto con lo sguardo. Jim, il più giovane, accelerò il passo per affiancare l’uomo dopo aver visto che questi gli aveva fatto un cenno. Si fermarono un istante. Jim guardò in direzione di Phil annuendo. Si sentì come se avesse la testa in un cappio. Prese l’altra birra, che nessuno aveva toccato, e la mandò giù in un sol sorso. Si mise in piedi, deciso ad andare a casa. Betty arrivò alle sue spalle senza fare rumore.
«Sono cinque dollari» disse la cameriera.
Phil si voltò di scatto in direzione della ragazza.
«Hai deciso di farmi venire un colpo?» chiese lui di rimando, appoggiandosi alla sedia.
«No, certo. Scusami. » rispose lei.
«Tieni pure il resto» esclamò, posando una banconota da dieci dollari sul tavolo.
Andò via imprecando. Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Nadine, la sua ragazza, si accorse del suo nervosismo, ma non gli chiese nulla. Sapeva che lui le avrebbe detto quel che c’era da dire quando ne avesse sentito il bisogno. Non un minuto prima. Phil l’indomani si comportò come se non fosse successo nulla, anzi fu più affettuoso del solito. Si alzò prima del previsto ed andò in cucina. Preparò del caffè e scaldò il latte in un piccolo bricco. Tornò in camera che lei aveva appena aperto gli occhi, portando un vassoio con la colazione ed un flute in cui aveva messo una margherita che, pur essendo finta, fece la sua bella figura. Nadine sorrise e dopo che Phil ebbe posato il vassoio sul letto, gli prese la mano e se la portò al petto perché sentisse quanto fosse emozionata per quella premura inattesa. Phil sorrise a sua volta, sforzandosi di non lasciar trasparire le sue preoccupazioni. Restò a guardarla ancora qualche secondo, in silenzio, mentre lei beveva il caffè, e poi andò in bagno a prepararsi. Udì del tramestio in cucina. La ragazza stava cercando di mettere a posto le stoviglie lavate la sera prima, indossando niente altro che una delle sue camicie. La raggiunse dopo essersi vestito. Le afferrò delicatamente le spalle. Lei si voltò e sorrise come se avesse trovato un meraviglioso regalo davanti a sé. Lui rimase, come incantato, a guardare l’ovale ben disegnato del viso di Nadine, parzialmente nascosto dalla folta capigliatura, un pò in disordine. Lei era bellissima, giovane, forse troppo per lui, con i suoi ventisei anni, e sfortunata. Sordomuta fin dalla nascita, col tempo aveva imparato a leggere i movimenti delle labbra, diventando così abile, che per lei vedere qualcuno parlare, era come avere davanti un testo scritto. Questo l’aveva tirata fuori dai guai molte volte ed altrettante aveva impedito che ci finisse. La baciò appassionatamente e si diresse verso la porta. Lei lo seguì con lo sguardo. Aprendo Phil le sussurrò qualcosa. Gli occhi della ragazza si illuminarono. Lo salutò con un cenno della mano. Quando fu uscito, lei tornò alle sue faccende. Si immerse nel suo mondo senza rumori. All’improvviso avvertì una corrente d’aria. Una fastidiosa sensazione di freddo. Uscì dalla camera da letto con il vassoio della colazione tra le mani, per portarlo in cucina. Vide la porta sul retro accostata che sbatteva. Si avvicinò e la chiuse con un leggero colpo del piede. Indugiò un istante, domandandosi come mai potesse essersi aperta. Si voltò. Davanti a lei trovò Jim Randall. Il vassoio le cadde per lo spavento, sparpagliando il contenuto per tutto il pavimento. Poi non si udì più alcun rumore dall’interno della casa. La città si andava pian piano animando. Phil non andò al lavoro quella mattina. Vagò per ore, senza una meta precisa. Era terrorizzato. Greg non gli aveva lasciato scelta. Decise di prendere qualcosa da bere. Fermò l’auto di fronte ad una tavola calda. Il locale era ampio e pulito. Andò a sedersi ad un tavolo vicino alla vetrina. Dalla cucina uscì una donna con un bel grembiule a scacchi bianchi e rossi ed un’espressione allegra. Si avvicinò. Phil giudicò avesse una cinquantina d’anni. Notò immediatamente le mani, molto ben curate ed un personale che non era da buttar via.
«Salve. Avete già scelto qualcosa dal menù?» domandò la donna.
«Vorrei una tazza di caffè, signora» rispose lui.
«Signorina, prego» ribattè lei, arrossendo.
«Oh mi perdoni. Avrei dovuto capirlo subito…» disse Phil.
«E da che cosa avrebbe dovuto capirlo?» chiese la donna, indispettita.
«Beh, dalle mani. Al suo anulare non c’è anello e dalla pelle si vede che non c’è mai stato» rispose, in modo del tutto ingenuo. Si complimentò con sé stesso per l’arguzia delle sue argomentazioni.
Lei lo guardò come se avesse voluto ucciderlo e soltanto allora Phil comprese, che aveva detto l’ultima cosa che si potesse dire ad una zitella, ovvero, che nessuno l’aveva mai voluta. Avrebbe voluto prendersi a schiaffi, ma ormai il danno era fatto. Meglio bere in fretta e togliersi dai piedi.
«Le porto subito il suo caffè» sibilò la donna. Scomparve di nuovo in cucina. Lui prese il cellulare dalla tasca e lo pose sul tavolo.
Passarono un paio di minuti soltanto ed iniziò a suonare. Prese il telefono e guardò il numero che appariva sul display: anonimo. Phil aspettò qualche squillo, poi rispose.
«Pronto» disse.
«Ho pensato fosse meglio darti un piccolo incentivo» rispose una voce che Phil riconobbe subito.
«Che vuoi dire?» ribatté lui.
«Qui con me c’è qualcuno a cui tu tieni e che si troverà in un grosso guaio, se non fai quello che ti ho detto» disse l’altro.
Sapeva perfettamente che Greg era capace di qualsiasi cosa.
«Non azzardarti a farle del male o io…» iniziò Phil.
«O tu niente, idiota. Non sei nella posizione di dettare condizioni» lo zittì la voce dall’altra parte.
La comunicazione fu interrotta bruscamente. Questo gettò Phil nel panico. Si alzò e prese il cellulare. Qualche istante più tardi arrivò la donna con il suo caffè, ma lui era già uscito. Lei si guardò intorno, come se si aspettasse di vederlo saltar fuori da un momento all’altro, ma non le rimase che riportare indietro la bevanda. Phil stava per salire in macchina, quando guardò verso la tavola calda. Un cartellone, appena fuori dal locale, diceva: “Nuova gestione. Miss Doroty Cunningham vi invita a provare le sue specialità”. Spostò lo sguardo sulla tabella che indicava il nome della strada. Non c’era il minimo dubbio. Greg Allister la sera prima gli aveva chiesto di sistemare una donna che si era rifiutata di pagare la sua protezione. E quella donna lui se l’era appena trovata davanti. Come se non bastasse l’aveva anche offesa, dandole, anche se indirettamente, della vecchia zitella. Se non fosse stata estremamente drammatica per lui e la sua compagna, avrebbe trovato la situazione a dir poco esilarante. Si domandò febbrilmente che cosa fare. Guardò il cruscotto della sua macchina. Sapeva che lì nel cassetto avrebbe trovato una pistola. Era anche perfettamente conscio che non aveva mai ucciso un essere umano. Bisonti, anche se in numero di molto inferiore a quelli che aveva sempre dichiarato. Quelli si. Ma una donna. Come si fa ad assassinare una donna? Si rese conto che non sapeva neanche da dove cominciare. Fece un respiro profondo. Aprì il vano porta oggetti, prese la pistola e si incamminò verso il locale. Entrò come una furia. La donna uscì dalla cucina con un sorriso stampato sulla faccia e lui fece fuoco. Un solo colpo. Lei cadde con un tonfo sordo. Phil corse immediatamente fuori dalla tavola calda, tenendo ancora saldamente in mano la pistola. La canna fumava. Era frastornato. Si trovò di fronte un poliziotto che, attirato dal rumore dello sparo, si stava precipitando all’interno del locale. Non ebbe neanche il tempo di rendersi conto di quello che stava accadendo che l’agente lo centrò alla testa e al petto. L’impatto dei proiettili lo scaraventò sul muro. Scivolò a terra, lasciando una scia di sangue sulla parete. Sembrava un fantoccio scomposto. La gente correva come impazzita, in tutte le direzioni. Il poliziotto chiamò la centrale ed entrò nella tavola calda per controllare la situazione. Doroty giaceva ancora a terra. All’improvviso cominciò a lamentarsi. L’agente si affrettò a soccorrerla. Phil aveva sparato al petto, centrando un cavatappi di metallo che lei teneva nel taschino. Lui non era stato altrettanto fortunato. Larry Hagenhorn, che aveva seguito Phil fin da quando era uscito di casa, si limitò a constatarne con freddezza burocratica il fallimento. Informò subito il suo capo dell’accaduto. Nadine stava seduta su una sedia, con il piano di paglia, in un magazzino appena fuori città. Sapeva che il suo destino era segnato. L’avrebbero uccisa in ogni caso. L’aveva letto sulle labbra di Greg Allister e del suo scagnozzo. Loro ci avevano scherzato su, convinti che lei non potesse capire. Non sentì il rumore secco del cane che colpì il percussore, né il tamburo che girò portando il proiettile successivo in posizione. Soltanto la sensazione di freddo che dava il metallo della canna e poi una fitta fulminea alla nuca. Si afflosciò al suolo. Morì così come era vissuta. In silenzio.


6) FIAT LUX

Luce. Come una esplosione. Nulla di distinto, soltanto una sensazione, nettamente diversa dal buio in cui ti sentivi avvolto fino a qualche momento prima. Pochi istanti e la vita ti scivola dentro insieme all’aria che prepotente ti impone di respirare. Piangi. Lacrime e urla. Un respiro, due e via così senza più fermarti. L’aria brucia nei polmoni, che ancora non hanno imparato ad assecondare il ritmo di un movimento che ti accompagnerà per tutta la tua vita, finché i tuoi occhi non torneranno di nuovo nel buio e stavolta per sempre. Voci concitate intorno a te. Tu non le senti e neppure le immagini. Te le racconteranno. Ti racconteranno la fatica, il dolore e le lacrime di gioia di una donna, tua madre, le parole e la soddisfazione di chi ti ha aiutato a nascere, la condanna o l’assoluzione preventiva della dichiarazione del tuo sesso. Pochi particolari, ed è già stabilito se nel gioco che ti ha fatto venire a questo mondo sei chi soffre oppure no. E non solo in senso figurato. Di tuo padre probabilmente saprai meno. Forse soltanto la soddisfazione o il disappunto di saperti una lei invece che un lui. Cambio di scena. Sensazione di qualcosa di morbido. Sei sul corpo di tua madre in questo momento. Tra le sue braccia. Ecco, un rumore, no, un sussulto ritmato, che ti sembra di riconoscere. Tum-tum, Tum-tum. Si, questo te lo ricordi. Anzi, è l’unico ricordo che hai. Il battito del cuore di chi ti ha accolto dentro di se e ti ha lasciato crescere, fino ad arrivare ad oggi. L’agitazione dei tuoi primi momenti si dissolve come d’incanto. Ti lasci avvolgere da quel calore, da quell’abbraccio. Come se ti riportasse di nuovo indietro. Ormai il mondo sa della tua esistenza, e poco importa se tu ti senta al sicuro oppure in un ambiente ostile. Il tempo, il tuo tempo, ha iniziato la sua folle corsa e la tua compagna tenebrosa si è voltata a guardarti, in attesa che tu la prenda, presto o tardi, per mano.


7) 30 E LODE


Michele alzò la testa all’improvviso, colpito dal silenzio che lo aveva avvolto come la seta di un bozzolo, insolito anche per una biblioteca. Intorno a lui non c’era più nessuno. Si voltò a guardare il grande orologio alle sue spalle. Le lancette scattarono proprio in quel momento, emettendo un suono metallico che venne amplificato dal vuoto della stanza. Il ragazzo tornò a fissare il libro, puntando lo sguardo sull’angolo destro della pagina e fece una smorfia di disappunto. Dopo una manciata di secondi, proprio come temeva, la porta si aprì cigolando e Augusto, il custode della facoltà, apparve sulla soglia. Il ragazzo fece dei cenni nel tentativo di avere qualche minuto in più, ma l’uomo fu irremovibile. Michele non poté fare altro che recuperare tutta la sua roba e uscire. Si incamminò di buon passo, oltrepassando la statua della Minerva senza guardarla, come gli era stato consigliato da un suo compagno di corso, e iniziò a percorrere l’ ampio viale che lo avrebbe condotto all’uscita. Di fronte a lui si stagliava l’edificio di marmo bianco che ospitava la facoltà di Matematica. All’esterno c’era un gruppetto di studenti impegnati in una discussione dai toni accesi, mentre altri ne arrivavano dalla porta alle loro spalle. Qualche trenta mancato, pensò lui, osservando la concitazione che andava animando il piazzale antistante lo stabile. La facoltà di Lettere, poco più avanti sulla sinistra, sembrava invece un palazzo abbandonato, con le luci spente e una grossa catena che chiudeva il portone d’entrata. Arrivato a metà del viale, rallentò la sua andatura. Ancora poche pagine e per oggi avrei finito, disse a sé stesso. Si sentì come un alpinista che si ferma a qualche metro dalla vetta e ridiscende a valle. Un paio di passi in avanti e si arrestò del tutto. Torturò il labbro inferiore mordicchiandolo senza sosta, poi prese la sua decisione. Andò a sedersi su una delle panchine di marmo che si intervallavano lungo i vialetti laterali, e si sistemò nella chiazza luminosa prodotta da un lampioncino. Prese il libro dalla cartella e lo mise aperto sulle gambe. Leggere non fu facile. La luce a disposizione non era certo un granché e anche la distrazione provocata dalle persone che gli passavano vicino di tanto in tanto, non gli fu di aiuto. Il trambusto di fronte a Matematica cessò all’improvviso, così come era iniziato, ed ebbe su di lui lo stesso effetto della musica di una radio in sottofondo alla quale si è abituati, che venga spenta in modo inaspettato. Si girò verso l’edificio e vide il piazzale completamente vuoto. Chinò di nuovo la testa. L’ultima pagina del capitolo. Finalmente. Scorse con lo sguardo il testo, non molto lungo, e giunse in breve al punto che ne segnava la fine. Dal fondo del volume tirò fuori un foglio sul quale erano annotate a penna delle date, con a fianco l’indicazione di un numero di pagina. Cancellò tutta una riga con un tratto di matita rossa. Si era tolto una piccola soddisfazione. S’incamminò fischiettando e si sentì come se qualcuno, una vocina nella sua testa, gli stesse dicendo bravo. Anzi ebbe l’impressione che tutte le persone che incontrava per la strada si complimentassero con lui. Vide l’autobus, in fondo alla via, che stava arrivando. Forse correndo avrebbe potuto prenderlo. La sua fermata era a metà strada. Una sfida continua con il traffico di Roma. Il prossimo, pensò, due successi in un giorno solo, sono troppi.

Arrivò a casa che era ora di cena. Michele divideva un modesto appartamento in una zona periferica con altri due studenti, due fratelli siciliani, Sebastiano e Salvatore Zappalà. Jano e Turi per gli amici. I suoi coinquilini erano in cucina, con il televisore acceso su uno di quei canali che trasmettono musica giorno e notte. Uno apparecchiava la tavola mentre l’altro stava aspettando che bollisse l’acqua con gli spaghetti in mano. Si resero conto che lui era rientrato dallo scatto secco che fece la porta nel richiudersi.
«E’ tornato Michele?» chiese Jano.
Turi si sporse poco oltre la soglia e lo vide che entrava nella sua stanza.
«Si» rispose laconicamente.
«Beh, va a chiedergli se vuole cenare con noi» lo incalzò l’altro.
«Chi si mangia per primo?» domandò Turi ridacchiando.
«A te, che sei grasso come un maiale» ribatté Jano.
Il fratello grugnì, tenendosi la pancia tra le mani. Risero di gusto. Michele incrociò Turi proprio sulla soglia e per poco non andò a sbatterci contro.
«Stavo per venire da te. Vuoi gli spaghetti?» disse Turi tutto d’un fiato.
Michele rimase per qualche istante in silenzio, cercando di individuare un particolare che gli permettesse di distinguere l’uno dall’altro, per capire con chi dei due stesse parlando, ma non ci riuscì. Jano e Turi erano gemelli, due gocce d’acqua, tanto che probabilmente anche i genitori facevano fatica a riconoscerli. Come se non bastasse, spesso indossavano gli stessi vestiti e avevano lo stesso taglio di capelli. Proprio come quella sera. Smise di pensarci e annuì, fissando però Turi con un’espressione vagamente preoccupata.
«Ha fatto tutto Jano, lo giuro» disse il ragazzo in tono rassicurante, portandosi la mano al cuore.
L’ultima volta che aveva cucinato lui, Michele aveva passato la notte in bianco, andando avanti e indietro dal bagno. Un’esperienza che si era ripromesso di non ripetere. Il fratello invece possedeva un tocco più delicato e un modo di presentare i piatti, anche quelli più semplici, come fossero speciali. E in effetti lo erano perché rispecchiavano in pieno quello che lui stesso era, un artista. Per tutta la cena Jano e Turi parlarono del loro argomento preferito: le donne, “i fimmini” come amavano dire. Passando dalla pasta al formaggio e poi alla frutta, si lasciarono andare a commenti piccanti sulle inquiline del palazzo, sulle loro compagne dell’università e su qualsiasi altra ragazza venisse loro in mente. La partecipazione di Michele alla conversazione si limitò a qualche breve battuta. I gemelli invece sembravano un fiume in piena, ma non avevano fatto i conti con il loro interlocutore che, sebbene silenzioso, era molto attento e soprattutto aveva buona memoria. Il ragazzo infatti si rese conto che alcune delle storie che gli stavano raccontando le aveva già sentite, ma con particolari leggermente diversi. Una data, un posto, un nome. Cose di per sé non così importanti, ma che viste nella giusta prospettiva minavano la credibilità di quel che veniva dopo. Al terzo giro di amaro, il ragazzo guardò l’ora di soppiatto perché non se ne accorgessero, e giudicando che fosse tardi, si accomiatò dai suoi compagni per andare a chiudersi nella propria stanza. La luce che filtrava da sotto la porta rimase accesa ancora qualche minuto, poi il buio prese il suo posto. Si addormentò quasi subito, di un sonno pesante, che nemmeno il chiasso dei due gemelli riuscì a disturbare.


I fratelli Zappalà uscirono di buon ora l’indomani. Arrivati giù al portone, furono accolti da una folata di vento gelido che li fece rabbrividire. La tramontana quella mattina sembrava uno sciame di schegge di vetro che graffiavano in modo impietoso ogni parte del corpo rimasta scoperta.
«Minchia!» esclamò Turi.
Jano guardò il naso del fratello, rosso come un pomodoro maturo, e rise. Gli diede una gran pacca sulla schiena e si avviarono insieme verso la fermata dell’autobus. Michele non aveva lezione quella mattina ed era rimasto a sonnecchiare, godendosi il tepore della trapunta che gli aveva dato sua madre. Il sole penetrò lentamente dalle imposte semichiuse, formando una striscia luminosa che centimetro dopo centimetro, andò a terminare proprio in corrispondenza del viso del ragazzo. Anche se controvoglia, ormai sveglio del tutto, scostò le coperte e si diresse alla finestra. Lasciò che la luce invadesse anche gli spazi più nascosti della stanza. La sua camera era un cubo perfetto. Lungo il lato destro, appena accanto alla porta, c’era il letto con a fianco un comodino su cui troneggiava una vecchia lampada, praticamente inutile, dato che illuminava a malapena oltre il bordo. Di fronte una libreria, che lui usava soltanto per metà, perché l’inquilino precedente l’aveva lasciata ingombra di cartacce che forse un giorno, così gli aveva detto prima di andarsene, sarebbe tornato a prendere, e poco oltre la finestra, una scrivania con sopra i suoi libri impilati per bene, e la borsa con cui andava all’università. Addossato al muro, sulla parete di sinistra, un armadio a due ante, piuttosto malridotto. Il mobilio in stile moderno, dozzinale, rendeva quella camera forse troppo fredda, anonima, ma a Michele questo non interessava e in ogni caso, bella o brutta che fosse, lui la teneva sempre ordinata e per questo aveva anche ricevuto l’apprezzamento della padrona di casa. Ne aveva persino parlato ai genitori, tanto ne era rimasto inorgoglito. Andò in cucina a fare colazione. Sul tavolo c’era un biglietto. “Per la spesa”, diceva il testo. Sopra il foglio due banconote da dieci euro. Michele valutò quanto tempo avrebbe perso nell’andare e tornare dal supermercato, e per un momento fu tentato di scrivere che no, non sarebbe andato, e di lasciare il biglietto lì dove era. Sorrise. Prese le banconote e si girò verso il frigorifero per controllare che cosa mancasse. Vide con un certo disappunto che era quasi vuoto. Forse un solo viaggio non sarebbe stato sufficiente. In ogni caso quella mattina non l’avrebbe sprecata, bastava soltanto sapersi organizzare.

Arrivò di fronte alla porta di casa che ancora sentiva la fastidiosa sensazione del vento freddo sulla faccia. Tirò su col naso. La chiave girò senza difficoltà. Michele si soffermò per un istante a pensare, cercando di ricordare se avesse chiuso con le mandate quando era uscito. Alzò le spalle. Che lo avesse fatto o meno, ormai la porta era aperta, e perciò del tutto inutile rimanere sul pianerottolo a congelare. Entrò, ed ebbe l’impressione che uno scroscio d’acqua si interrompesse in quello stesso momento. Ci sono le mura di carta in questo palazzo, pensò. Si diresse in cucina ridacchiando tra sé e sé, immaginando l’effetto che aveva sugli altri abitanti dello stabile, la sinfonia di fiati e percussioni, vero capolavoro della fisiologia umana, che i suoi coinquilini replicavano immancabilmente tutte le mattine.
«Ehi, siete rientrati prima?» disse una voce femminile dal bagno.
Michele usci di corsa dalla stanza. La porta era leggermente aperta. Dietro si intravedeva una figura snella, un fisico atletico, anche se non molto alta, con indosso soltanto un accappatoio.
«Ah» urlò lei come se avesse appena visto un fantasma.
Richiuse di scatto e diede tutte le mandate che la serratura aveva a disposizione.
«Chi sei? Che ci fai qui?» domandò la ragazza in modo concitato.
Michele, che fino a quel momento non aveva aperto bocca, si avvicinò con circospezione.
«Veramente io qui ci abito.. mi chiamo Michele» iniziò lui timidamente, alzando leggermente la voce affinché lei sentisse.
Dall’interno non arrivò nessuna reazione. Poggiò l’orecchio sulla porta e sentì la ragazza che borbottava. Fece appena in tempo a ritrarsi, che la porta si aprì.
«I miei vestiti sono in camera di Sebastiano. Puoi aspettarmi di là?» disse e aggiunse con un’espressione conciliante « Scusami per prima. Mi avevano detto che non ci sarebbe stato nessuno».
Michele si avviò di nuovo in cucina con l’aria perplessa di chi non è sicuro di aver capito cosa stia succedendo.
«Non è che prepareresti un buon caffè?» disse la ragazza mentre chiudeva la porta accompagnandola con un lieve tocco del piede.
Tornò dopo una decina di minuti e notò che il ragazzo aveva preparato la caffettiera sul fornello ma non l’aveva acceso. Prima che lei potesse chiederne il motivo, Michele girò il pomello e una fiammella azzurra lambì il fondo del bricco.
«Il caffè è buono appena uscito» disse il ragazzo.
Lei apprezzò la cortesia, e lo dimostrò con un sorriso. Seguirono alcuni minuti di silenzio imbarazzato, durante i quali entrambi evitarono accuratamente di guardarsi o aprir bocca. La ragazza stava per iniziare a parlare di nuovo quando lui la interruppe con un lieve cenno della mano, indicando il caffè che stava uscendo.
«Mi dirai tutto tra un istante» le disse.
Lei annuì con un cenno della testa. Si appoggiò alla dispensa che era accanto al tavolo, dalla stessa parte in cui si trovava Michele, intento in quel momento a versare il caffè. La sua mano tremava leggermente e lui pregò che la ragazza non lo stesse guardando. Lei si avvicinò e gli si poggiò delicatamente sulla spalla.
«Ti aiuto io» disse con un filo di voce.
Michele ebbe un brivido, senza essere in grado di dire se fosse stato il tocco della sconosciuta o la sua voce. Si sorprese a guardarla mentre si dirigeva al tavolo, fissando tutto ciò che di lei si vedeva e ancor più quel che soltanto si intuiva. Aspettò che si girasse verso di lui e non le tolse più gli occhi di dosso un istante. La ragazza si sedette e sorrise, invitandolo a fare altrettanto.
«Come hai detto che ti chiami?» domandò goffamente il ragazzo.
«Veramente non te l’ho ancora detto » rispose lei e aggiunse, mentre portava la tazzina alle labbra «Agata, e non azzardarti a ridere».

Turi lasciò il fratello intento a cucinare e andò da Michele che era nella sua stanza a studiare. Bussò tre volte prima che il ragazzo rispondesse. La sua voce aveva un che di stizzito ma Turi non ci fece granché caso. Aveva imparato a conoscere il carattere non propriamente espansivo del loro coinquilino e per certi versi era arrivato anche ad apprezzarne le asprezze. Aprì la porta e lo vide seduto alla scrivania, intento a scrivere. Michele guardò la figura grassoccia di Turi riflessa nel vetro della finestra, ma non si voltò.
«Che cosa c’è?» chiese.
«E così hai conosciuto Agata» rispose lui.
Lo disse con un tono allusivo, come se in realtà volesse sapere altro, particolari o confidenze, che infastidì il ragazzo. Si girò e lo guardò dritto negli occhi, cercando di non far trasparire la propria irritazione.
«Ah, è così che si chiamava?» domandò, quasi non avesse capito di chi stessero parlando.
Turi rise sommessamente come chi ha scoperto il trucco del prestigiatore e si sedette sul letto. Probabilmente pensava che la loro chiacchierata sarebbe stata lunga e aveva deciso di mettersi comodo. Scrutò l’espressione del ragazzo per qualche istante senza dire una parola. Poi riprese a parlare.
«Ha chiesto di te» disse.
Lo sguardo di Michele tradì il suo interesse per la faccenda sgretolando la maschera di indifferenza che si era messo su fino a quel momento.
«Comunque, visto che neanche ricordi come si chiama..» proseguì Turi «è inutile che ti dica che cosa ci ha detto».
Ormai certo di aver solleticato la curiosità del ragazzo, fece per alzarsi e uscire, sicuro che lui lo avrebbe fermato. Michele infatti lo bloccò prima che varcasse la soglia.
«Dai parla» disse, invitandolo a sedersi di nuovo.
Turi si accomodò.
«Beh, non è che poi abbia domandato più di tanto..» disse, con l’evidente intenzione di stuzzicarlo.
«Si ma che cosa, quando..» ribatté Michele.
La trappola era scattata e lui c’era rimasto dentro. La sua attenzione era stata catturata dalle labbra del suo interlocutore, soprattutto per quello che ne sarebbe uscito.
«Tralasciando il giudizio estetico, ha chiesto se tu avessi la ragazza» rispose il gemello.
Pareva gli pesasse dire quelle cose, come se stesse tradendo non si sa quale giuramento di riservatezza, ma in realtà anche lui moriva dalla voglia di dire e sapere.
«Perché tralasciando il giudizio estetico?» chiese Michele di rimando.
Turi rise e il ragazzo si sentì preso in giro ma la curiosità fu più forte, tanto che ripeté la domanda una seconda volta.
«Dice che sei carino..» proruppe lui, e sempre ridendo, aggiunse «quella ragazza ha sempre avuto un certo gusto dell’orrido».
Michele lo guardò in cagnesco per un istante e poi scoppiò a ridere anche lui. Proprio in quel momento Jano fece capolino dalla porta.
«E bravi. Io sto preparando i miei capolavori culinari per stasera e voi qui a divertirvi» li ammonì scherzosamente.
«Ma vattinni» gli rispose il fratello.
Il ragazzo diede un’occhiata a Michele e subito dopo si rivolse a Turi.
«Gliel’hai già detto che stasera ci sarà pure Agata?» domandò.
Il fratello fece segno di no con la testa.
«Vabbé, ora lo sai» aggiunse lui.
Jano sorrise e tornò in cucina. Anche Turi si alzò. Arrivato sulla soglia, si girò verso Michele e lo fissò con un’espressione seria.
«Vedi che se ti viene in mente di giocare…di donne ce ne stanno quante ne vuoi. Lei trattala bene» disse, puntandogli l’indice contro.
Se ne andò, senza attendere che il ragazzo aggiungesse nulla.
Michele rimase colpito da quelle ultime parole. Provò a rimettersi sui libri, ma era troppo eccitato per concentrarsi. Guardò l’orologio molte volte ed ebbe la sensazione che le lancette si muovessero più lentamente di quanto avrebbero dovuto. Per tutto il resto del tempo non pensò ad altro che al momento in cui l’avrebbe rivista. Si sentiva come un leone in gabbia e ad un certo punto credette che non sarebbe riuscito a resistere a tanta tensione Il citofono lo informò che finalmente quel momento era arrivato. Andò ad accoglierla, con le parole di Turi ancora nelle orecchie. Agata entrò e quasi lo travolse. Michele bevve parecchio durante la cena. Forse anche per dare di sé un’immagine diversa da quel che era realmente, timido e impacciato I gemelli lo guardavano senza che lui se ne accorgesse e ridevano, soprattutto del modo in cui diventava rosso, ogni volta che Agata lo sfiorava. Alla fine della serata fu lui ad accompagnarla fino al portone. Non era granché lucido e proprio per questo non si fidava dei propri pensieri, che gli apparivano oltremodo disordinati, e neanche delle parole che da quei pensieri potevano scaturire. Cercò di stare zitto il più possibile, ma al momento in cui lei stava andando via, qualcosa se la doveva pur inventare. Si schiarì la voce perché risultasse meno impastata, ma non disse nulla. Restò fermo, impalato davanti a lei senza riuscire a pronunciare una sola frase. Allora la ragazza prese l’iniziativa. Lo spinse delicatamente contro il portone e fece sì che il suo corpo finisse per adagiarsi su quello del ragazzo, incollato come un francobollo su una busta e lo baciò, questa volta sulla bocca. Quella notte Michele non dormì. E probabilmente nemmeno lei.



Uscì dall’aula che era pomeriggio inoltrato. Salutò alcuni compagni di corso e decise che, mancando poco più di due ore alla chiusura, sarebbe andato in biblioteca, al piano superiore. Dopo un paio di passi si fermò, come se una mano invisibile gli impedisse di andare avanti, tenendolo inchiodato poco oltre la soglia. Rimase un momento con le palpebre socchiuse. Fece un respiro profondo. Nell’aria era rimasta una scia di profumo, un sentore di agrumi per essere precisi, che conosceva bene. Lei era lì, ci avrebbe scommesso la testa. Si voltò, cercandola tra le facce che erano intorno a lui e la vide, appoggiata al muro, poco lontano. Istintivamente sorrise e la ragazza ricambiò. Agata aveva degli splendidi occhi color nocciola che sapeva muovere lungo gli sguardi dei suoi interlocutori con una grazia fin troppo maliziosa. Si finiva in una ragnatela dalla quale non era possibile fuggire. Più ci si dibatteva, più si rimaneva prigionieri. Il vero disastro, se così si può dire, consisteva nel fatto che si era contenti di esserlo. La ragazza attese che Michele le fosse arrivato vicino e gli gettò le braccia al collo, attraendolo dolcemente verso di sé. Le labbra dei due giovani divennero una cosa sola, fuse in un bacio appassionato
«Ho pensato ti facesse piacere vedermi» disse Agata, staccandosi leggermente da lui.
Michele assunse un’espressione in bilico tra il si e il no. Lo sguardo di lei si rabbuiò in un istante, ma il ragazzo fu lesto a farle capire che scherzava, avvolgendola in un abbraccio che per poco non le tolse il respiro. Annusò la pelle del suo collo e la sfiorò più volte con le labbra, senza però toccarla. Lei si tirò di nuovo indietro per poterlo guardare negli occhi, e non rispose all’avvicinarsi del ragazzo con la bocca protesa alla ricerca di un altro bacio, ritraendosi invece come una bambina capricciosa. Proprio come sapeva che lo avrebbe fatto impazzire. Si presero per mano e andarono in direzione delle scale. Arrivato all’altezza della balaustra Michele ebbe un attimo di esitazione, guardando più volte la rampa che conduceva al piano di sopra, come se sapesse in cuor suo che era lì che doveva andare, ma poi lasciò docilmente che lei lo guidasse verso l’uscita.

Di buone intenzioni sono lastricate le strade dell’inferno, pensò con disappunto mentre posava la borsa sulla sedia. L’espressione era diventata scura, come il cielo che vedeva dalla finestra. Agata nel frattempo lo stava aspettando in cucina. Lo chiamò per sapere quanto ci avrebbe messo a raggiungerla, ma lui non rispose. Frugò tra le pagine del libro di testo alla ricerca di qualcosa. Quando la ebbe trovata non ne fu soddisfatto, ma anzi il suo malumore aumentò. Aveva la conferma, nero su bianco, che non stava andando come avrebbe dovuto. Sei un idiota, disse tra sé, con amarezza. La ragazza apparve sulla soglia poco dopo con un sorriso accattivante, un misto di malizia e dolcezza. L’occhio del ragazzo cadde più volte sulla sua scollatura. Chissà se per caso o per calcolo, un bottone non era più al suo posto, lasciando il suo sguardo libero di muoversi a piacimento sui seni rotondi di lei, che parevano non desiderare altro che essere guardati. Michele si sentiva tra incudine e martello, con il sangue che gli scorreva nelle vene come un fiume impetuoso e gli diceva di lasciarsi andare mentre la sua coscienza gli gridava di rimettersi sui binari giusti perché rischiava di mancare l’obiettivo. La ragazza notò l’interesse rivolto al suo corpo e sorrise in un modo che difficilmente poteva essere equivocato. Fu il colpo di grazia. Qualche secondo dopo, il foglio che teneva in mano planò dolcemente verso il pavimento. Non fece rumore quando arrivò giù, se non un lieve fruscio, esattamente come le promesse che aveva fatto al padre il giorno della sua partenza per Roma, che ancora gli risuonavano nella testa, ma che in quel momento erano diventate nulla più che un lieve sussurro, un refolo di vento.


Il telefono squillò insistentemente per almeno un minuto. Nessuna risposta. Dopo qualche istante di silenzio, il trillo della suoneria del vecchio apparecchio, riempì ancora tutte la casa con il suo suono stridulo. Ma nuovamente nessuno alzò la cornetta. L’orologio della cucina, con i numeri fosforescenti che brillavano al buio, segnava le ventidue quando il telefono suonò per la terza e ultima volta. Poi più nulla. Michele rientrò che i gemelli stavano già dormendo da almeno un’ora. Il ragazzo fece una prima tappa in bagno e poi decise di bere un sorso d’acqua prima di coricarsi. Il meccanismo dell’orologio scattò proprio nel momento in cui accese la luce, emettendo un suono metallico, come se le lancette, scoperte in una posizione che non dovevano avere, si fossero rimesse a posto troppo velocemente e si fossero urtate. Nella loro perfetta perpendicolarità indicavano le tre di notte. Le guardò quasi con rassegnazione. Bevve in fretta e si avviò verso la sua camera. Sulla scrivania c’era il libro aperto con la matita nel mezzo affinché non si perdesse il segno. Era rimasto come lo aveva lasciato lui nel pomeriggio. Si avvicinò. La pagina era sottolineata fino a metà. Lesse l’ultima frase, cercando di fare mente locale su quale potesse essere l’argomento che stava studiando quel giorno, per vedere se era ancora impresso nella sua memoria, ma dovette tornare indietro fino all’inizio del paragrafo. Gli era completamente uscito di mente. Chiuse il corposo volume e prese il foglio, ormai spiegazzato, in cui segnava i suoi progressi rispetto al programma d’esame. Le righe erano cancellate soltanto in parte e quelle rimanenti avevano subito rimaneggiamenti e modifiche. Lo accartocciò stizzito per l’ennesima volta e lo gettò nel cestino, ben sapendo che lo avrebbe di nuovo steso e cambiato il mattino dopo. La stanchezza stava prendendo il sopravvento e lui lasciò che lo soggiogasse del tutto senza resisterle. Un istante prima che il sonno rendesse indistinto tutto ciò che aveva intorno, promise a sé stesso che le cose sarebbero cambiate di lì in avanti.

Michele smise di parlare di colpo. Aveva cercato di spiegare nel modo più semplice possibile, facendo di tutto perché lei non si sentisse coinvolta, il peso che provava ogni volta che parlava con i genitori, le aspettative che non era certo di poter rispettare. Le sue paure insomma. Non era sicuro di esserci riuscito, ma almeno ci aveva provato. E ora che si era sfogato, poteva dire di stare meglio, più leggero.
«Potremmo vederci di meno, se questo ti è di aiuto» disse Agata all’improvviso.
La fissò con un’espressione meravigliata.
«Non se ne parla neanche» ribatté lui.
La ragazza gli mise le mani sul petto e sentì che il cuore batteva sempre più veloce.
«Perché no?» domandò lei con dolcezza.
«Non ce n’è bisogno» le rispose, con lo sguardo di chi sa il fatto suo.
Si staccò da lei e andò alla finestra. Il sole stava tramontando dietro l’orizzonte, colorando il cielo di sfumature rossastre, rendendo indistinti i contorni dei palazzi che si intravedevano in lontananza. Michele amava quel momento della giornata. E ancora di più se era insieme a lei. Immaginò il vuoto che avrebbe creato il non averla accanto. Respinse con forza l’idea. Si voltò di nuovo verso la ragazza che osservava attentamente ogni suo movimento, con uno sguardo che non aveva bisogno di parole. Lei avrebbe accettato il sacrificio, se fosse stato necessario.
«Ti fidi di me?» le chiese.
Lei annuì.
«Non preoccuparti allora. So io quel che devo fare» disse.
Al rientro, quella notte stessa, andò in cucina, preparò abbastanza caffè da riempire due termos e poi si chiuse nella propria stanza. Diede una scorsa alle pagine del libro ancora da leggere. Non era certo un’impresa facile, anche se mancava più di un mese all’esame. Nel silenzio della casa si sentì distintamente lo scrocchio delle sue dita.
Fu così anche le notti seguenti.

Il sole entrò di soppiatto attraverso le tapparelle e disegnò una serie di piccole strisce luminose sul pavimento, indicando che stava sorgendo l’alba di un nuovo mattino. Il gran giorno era finalmente arrivato. Posò la matita al centro del libro come era solito fare. Si stirò per riattivare la circolazione nei muscoli intorpiditi dalla posizione fissa in cui li aveva tenuti. Guardò l’ora. Inutile provare a coricarsi, di lì a qualche minuto avrebbe dovuto alzarsi comunque. Fuori dalla sua porta uno dei gemelli starnutì più volte. Allergia probabilmente, pensò il ragazzo. Dopo qualche secondo, sentì bussare.
«Ho visto che era acceso. Sei già in piedi?» domandò la voce dall’altra parte.
Michele aprì la porta.
«Minchia che faccia che tieni» gli disse l’altro.
Il ragazzo si girò in direzione dello specchio posto sull’anta dell’armadio e notò che aveva gli occhi rossi, con delle vistose borse sotto.
«Buongiorno Turi» rispose, appoggiandosi allo stipite.
«Jano» lo corresse lui.
Michele si stropicciò gli occhi e tornò a guardarsi allo specchio. Aveva anche la barba leggermente lunga e i capelli arruffati.
«Madonna…» sussurrò, massaggiandosi il mento.
«Lo so io che cosa ti serve» disse Jano, avviandosi verso la cucina. Il ragazzo spense la luce e aprì le tapparelle. Il sole, non più trattenuto dagli avvolgibili, lo investì con violenza, tanto da fargli distogliere lo sguardo per qualche istante. Quando si voltò trovò davanti a sé Jano con una tazzina in mano e un cucchiaino col quale rimestava come un forsennato.
«Che stai facendo?» gli domandò
Il gemello sorrise.
«Uovo battuto. Me lo ha insegnato mia nonna, una bomba» rispose con entusiasmo.
Michele continuò a guardarlo con un enorme punto di domanda dipinto sul viso.
«E’ semplice. Si prende il tuorlo di un uovo, fresco mi raccomando, si aggiunge dello zucchero, si gira ben bene, e il gioco è fatto» proseguì Jano.
Calcò molto l’accento sulle ultime parole per intendere che quella era veramente una soluzione che aveva del miracoloso quando c’era bisogno di una spinta in più. La spiegazione fu esauriente ma l’espressione del ragazzo non mutò.
«Nonnina, ne fai uno anche a me?» disse il fratello alle sue spalle.
«Scimunito» ribatté Jano, senza perdere d’occhio l’operazione.
Michele osservò la scena dei due gemelli, in mutande e canottiera e non riuscì a trattenersi dal ridere. Ne furono immediatamente contagiati anche loro.
«Ragazzi, io veramente non so come ringraziarvi..» disse lui, tornato di nuovo serio.
«Siamo amici,no?» disse Jano, porgendogli la tazzina.

Michele scese dall’autobus una fermata in anticipo rispetto a dove avrebbe dovuto. Il suo esame era fissato per il pomeriggio e lui decise di prendersela comoda. Una bella camminata, ecco cosa mi ci vuole , disse tra sé. In effetti aveva bisogno di schiarirsi le idee dopo aver passato l’ennesima nottata sui libri e arrivare così a mente fresca davanti alla commissione. Era mattina inoltrata e tutti i negozi lungo la via erano aperti e pieni di gente. La zona intorno all’università sembrava un quartiere a parte rispetto al resto della città. Gente di tutti i tipi, da quelli seriosi in giacca e ventiquattrore di pelle nera, quasi sicuramente studenti di Ingegneria, ai ragazzi che sembrava vestissero di abiti usati, con i capelli impastati e fusi in una massa informe, rasta li chiamavano. Gli avevano sempre suggerito un senso di sporcizia. E pensare che non era neanche facile ottenere quel tipo di taglio. Potevano frequentare qualsiasi facoltà, ad eccezione di Legge, forse. O almeno così era convinto. Lui comunque non sarebbe stato in grado di collocarli da nessuna parte. Ne incontrò un paio con orecchie e naso pieni di piercing. Rimase colpito soprattutto dal fatto che uno dei due fosse una ragazza. Si chiese come le fosse venuto in mente di rasarsi completamente e riempirsi la faccia e chissà cos’altro di metallo. Sorrise pensando a come sarebbe stata Agata conciata così. Affrettò il passo. L’androne era semideserto, cinque o sei persone in tutto. Un paio li conosceva. Dovevano sostenere il suo stesso esame. Per non innescare conversazioni che voleva evitare quel giorno non andò neppure a salutarli. Anche loro, presi com’erano dalla tensione, non sembrarono accorgersi di lui. Per scaramanzia aveva evitato accuratamente di dire che quel giorno era proprio la data prevista per il suo orale, e così era sicuro che non sarebbe venuto nessuno, neppure Agata, e lui poteva starsene tranquillo, si fa per dire, fino al momento in cui il professore avrebbe chiamato il suo nome. L’aula prenotata per l’occasione era al piano terra, vicino al portone d’ingresso. Entrò con circospezione cercando di fare meno rumore possibile, e si avvicinò alla cattedra dove era il foglio con i nomi degli esaminandi. Era il decimo, ma la commissione doveva aver ritardato leggermente quella mattina perché stavano interrogando ancora il terzo studente. Capì che avrebbe dovuto aspettare più a lungo del previsto. Posso ripassare, pensò. Doveva soltanto cercare un posto dove nessuno lo avrebbe disturbato. Gli tornò in mente una saletta al primo piano. Non c’erano più di tre file di banchi tanto era piccola e le finestre davano su una chiostrina interna. La usavano per i corsi del quarto anno, quelli in cui il numero massimo di studenti frequentanti non arriva oltre la dozzina. Salì i gradini lentamente e, dopo aver controllato che fosse aperta, si sistemò nell’aula. Chiuse la porta isolandosi di fatto dal resto dell’edificio. Si guardò intorno. Era perfetta per quel che doveva fare.

Arrivò il suo turno. Michele scostò la sedia e si accomodò. Era un po’ nervoso ma cercò di non darlo a vedere. Il professore era leggermente sudato. Forse aveva indossato un abito non adeguato a quel periodo dell’anno. Sembrava un abito di lana, di un bel blu cobalto, ma assolutamente troppo pesante per la metà di giugno. I due si scrutarono per qualche istante, come se si stessero studiando in silenzio. A dir la verità Michele più che osservare le reazioni del docente se ne stava imbambolato, bianco come un lenzuolo e con la salivazione ridotta a zero. Per fortuna la prima domanda fu semplice. Il ragazzo si sbloccò immediatamente, snocciolando come i grani di un rosario una serie di definizioni e formule. Il professore parve soddisfatto. Sorrise e segnò un dieci sul foglio che aveva usato il ragazzo per rispondere. Senza che lui se ne fosse accorto, accanto al professore s’era seduto anche l’assistente. Un tipo magrolino, quasi calvo, nonostante non arrivasse alla quarantina. Iniziarono a interrogarlo in modo che gli sembrò più approfondito, chiedendogli però cose anche al di fuori della materia d’esame. Rispose a tutte le domande e sul foglio finale vide comparire un trenta e lode. Il docente gli strinse la mano per complimentarsi e così fece pure l’assistente. Michele uscì correndo. Nell’androne c’erano tutti i suoi compagni di corso. Ad ognuno di loro comunicò l’esito dell’esame. Sentì che lo chiamavano da più parti, ma non riuscì a capire chi fosse. All’improvviso si trovò davanti, senza che se lo aspettasse, Agata insieme ai gemelli Zappalà. Abbracciò tutti e tre. Non stava nella pelle dalla contentezza.
«Trenta e lode!» urlò più volte.
Jano lo scuoteva ridendo da un lato e Turi dall’altro.
Aprì gli occhi di soprassalto e vide che davanti a sé c’era Augusto.
«Giovanotto, io devo chiudere. Vai a dormire a casa tua» disse il custode.
«Come? Dormire? E l’esame?» farfugliò il ragazzo che ancora non si era ripreso del tutto.
Guardò istintivamente l’ora e impallidì.
«Non c’è più nessuno» disse l’uomo scuotendo la testa.
Si era addormentato e aveva immaginato tutto. Sconcertato uscì dalla facoltà. Passò davanti alla statua della Minerva a capo chino. Avrebbe voluto ignorarla anche questa volta, ma sentì salire una rabbia cieca dentro di sé e allora si voltò, con un’espressione di sfida. Restò di stucco. Lei era lì che lo guardava, immobile, e sogghignava. Si svegliò con la testa sul libro, ancora a casa. Fuori era notte. Fece un sospiro di sollievo.
Era stato tutto un sogno, solo un maledetto sogno.