Luciano de Falco


Chi sono
Anche questo è amore
La vita ci sorprende
Noir
Amore e psiche
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1)UN SORRISO INASPETTATO

Il sole dell’estate appena iniziata, entrava dalla finestra semiaperta e spandeva nella stanza da letto una luce che rendeva piacevole il risveglio. La presenza di una leggera brezza mattutina era tradita, oltre che dagli svolazzi della tenda di cotone, di un bianco immacolato, che sembrava muoversi come persona viva, anche da qualche piacevole brivido sulla pelle. Aprì gli occhi lentamente. Passò qualche istante prima che riuscisse a mettere a fuoco il quadrante dell'orologio per controllare l'ora. Le sette e mezza. "Neanche tanto presto, tutto sommato" pensò tra se mentre si stirava, allungandosi per tutta la lunghezza del letto. Si soffermò ancora un momento ad osservare i giochi di luce ed ombra che si muovevano sulle pareti in corrispondenza degli spostamenti della tenda. A volte era proprio come un bambino. Si alzò dal letto con la tranquillità che soltanto un sabato mattina può trasmettere. Un’altra stiratina, tanto per essere sicuri di aver messo in movimento tutti i muscoli del corpo, ed un altro fine settimana poteva finalmente avere inizio. Nel giro di una trentina di minuti, era pronto per andare a fare colazione al bar che si trovava a due passi da casa, giusto l’isolato accanto.

C’erano due ragioni precise che gli avevano fatto scegliere proprio “quel” bar. La prima era di carattere, diciamo, logistico. Semplicemente dimenticava, sistematicamente, di comprare il latte il venerdì sera e non aveva voglia di scendere a prenderlo il giorno successivo e prepararselo a casa. Beh si, in realtà era una scusa, perché semplicemente odiava fare colazione da solo. La seconda era invece una di quelle ragioni che, da che mondo è mondo, fanno fare ad uomo qualsiasi cosa, anche la più stupida. Un vecchio adagio, che si può sentir dire in tutti i dialetti delle nostre contrade, tanto è diffuso, afferma che anche un paio di buoi che cerchino di trascinare un gravoso carico in salita, non riuscirebbero ad esercitare la spinta che invece riesce ad imprimerci una bella sottana. Cappuccino e cornetto, infatti, erano serviti da una biondina con degli splendidi occhi verdi, che lei sapeva muovere maliziosamente, su ciascuno degli avventori, senza mai soffermarsi più del dovuto su nessuno di loro. A dir la verità, lui l’avrebbe preferita mora, perché era il suo colore naturale e si vedeva anche, ma era talmente carina che si poteva tralasciare tranquillamente questo particolare. Anche quella mattina, come ogni sabato, cercò di allungare il più possibile la sua permanenza all’interno del bar. Provò a dire qualche battuta, di tanto in tanto, per rompere il ghiaccio ma, vedendo che l’attenzione della ragazza era focalizzata sul suo lavoro, decise di andare. Aveva fatto la figura del cretino già abbastanza. Tornò a casa dopo aver acquistato il giornale e fatto due chiacchiere con l’edicolante. Per un paio d’ore almeno era indisponibile a qualsiasi cosa. Beh, quasi indisponibile. Se l’avesse cercato la biondina del bar avrebbe certamente avuto tutto il tempo. Eh si, sognare non costa niente, per fortuna.

Dopo una rapida scorsa ai titoli, iniziò a leggere il giornale dalle pagine interne, tralasciando la cronaca. Era l’unica parte del giornale che saltava a pié pari, trovandola decisamente noiosa e priva di interesse. Il ruolo di un quotidiano, secondo lui, era ben altro. Per questo, spesso e volentieri, pur avendolo acquistato al mattino, finiva per darci un’occhiata molto più tardi se non addirittura il giorno dopo, generando infinite discussioni con il suo migliore amico. “Il giornale non serve per leggere le notizie, ma per il loro approfondimento” aveva più volte sentenziato, quando gli veniva detto che era una cosa stupida leggere un giornale la sera. Nonostante le polemiche, anche accese, nessuno dei due aveva comunque cambiato idea. Proprio per questo avevano deciso, di comune accordo, di non discuterne più. Arrivato alle pagine economiche, decise di smettere e di fare un giro per il quartiere. Uscì sul pianerottolo giusto in tempo per vedere che l’ascensore era stato appena chiamato da uno dei piani superiori. Inutile aspettare, allora.

Lo stabile in cui abitava era un unico, grande condominio, costituito da due scale con entrate indipendenti, ciascuna di otto piani, aventi il portone principale, quello che dava sulla strada, in comune. Sembrava di essere in un paese. Tutti si conoscevano tra di loro ed era usuale vederli fuori del palazzo a chiacchierare del più e del meno con foga amichevole e delle gran risate. Lui invece, pur abitando lì ormai da due anni, conosceva pochissime persone. Le sue due vicine di casa, al sesto piano, il signor Quirino del piano di sopra, la coppia che abitava nell’appartamento sotto di lui ed il portiere con relativa consorte, che non abitava neanche lì ma all’altra scala. Con gli altri ci si scambiava soltanto un cenno quando ci si incontrava. Buongiorno e buonasera, niente di più. Tra questi c’era un signore di mezza età che salutava sempre per primo, sorridente ma un po’ schivo, continuamente di corsa. Non sapeva definire con esattezza perché, ma gli era sempre sembrato che quel sorriso fosse venato da un non so che di triste. Era stato più volte sul punto di fermarlo, con una scusa qualsiasi, per cercare di scoprirne la causa, ma aveva sempre rinunciato per non sembrare inopportuno e forse anche maleducato. Giudicando che sarebbe probabilmente rimasta una curiosità senza risposta si limitava, ogni volta che lo incrociava, a seguirne i passi veloci con lo sguardo.

Arrivò nell’androne nello stesso istante in cui l’ascensore segnalava la fine corsa con un suono metallico. Sentì le porte interne scricchiolare, nell’aprirsi, mentre dava una fugace, quanto disinteressata, occhiata alla cassetta della posta. Aprì il portone e si voltò, senza uscire. Un po’ anche per la curiosità di vedere chi stesse scendendo. Quando la porta dell’ascensore si aprì vide che si trattava proprio di quel signore di mezza età. Non era solo. Insieme a lui c’era una ragazza, dall’età indefinibile, probabilmente poco più che adolescente, quasi sicuramente sua figlia. Gli fu immediatamente evidente la causa di quella tristezza che gli era parso di vedere, di intuire. La ragazza era gravemente disabile. L’uomo, basso di statura e con un fisico esile, era costretto a trascinarla di peso, non essendo lei in grado di camminare da sola. Il viso dell’anziano signore mostrava ora una espressione sofferente, oltre che per lo sforzo fisico che stava facendo, anche per il disagio dovuto alla presenza di una persona praticamente sconosciuta. Era la prima volta che si incontravano in una circostanza simile. Probabilmente pensava all’imbarazzo di chi si trovava, suo malgrado, di fronte a tanta sofferenza. A piccoli passi, serrando le proprie braccia intorno alla vita della ragazza per impedirle di cadere e tenendone i piedi sovrapposti ai suoi, percorse lo spazio che separava entrambi dal portone. Di tanto in tanto si fermò per prendere fiato. L’altro continuava a reggere il portone, senza neanche riuscire a decidere se fosse il caso di salutare o di dire qualsiasi altra cosa, tanto quell’uomo era concentrato a trascinarsi in avanti cercando di evitare che la ragazza si facesse del male. Lei invece pareva non rendersi conto di nulla, né dello sforzo del padre né della presenza impacciata di un’altra persona. Fissava il vuoto, senza espressione, con la bocca aperta. I due si fermarono, per l’ultima sosta prima di uscire dal portone, proprio davanti a lui. Si salutarono e l’uomo ringraziò per la cortesia. Fu in quel momento che la ragazza reclinò la testa verso la sua sinistra e allungò il braccio fino a poggiare la mano sul braccio dell’altro, in quella che sembrava una carezza. Anche l’espressione non era più assente. Pareva che sorridesse e di certo lui ebbe questa impressione. Sentì il respiro come fermarsi. L’imbarazzo sembrò scomparire. Il padre sorrise a sua volta e ringraziò di nuovo, quindi uscì. C’era da percorrere ancora un bel tratto prima di arrivare sulla strada. Attese qualche istante prima di muoversi, lentamente, verso l’esterno. Quando fu fuori, i due non c’erano già più. Si rese conto di trovarsi in mezzo al chiasso delle voci, delle auto, soltanto dopo aver percorso un centinaio di metri. Si guardò intorno. Il frastuono quotidiano lo aveva colto di sorpresa. Come se ci fosse un profumo diverso nell’aria si immerse in quella umanità varia e rumorosa. Ad ogni passo un volto nuovo, una storia diversa e la certezza che là attorno qualcuno, forse, stava cercando proprio lui.

2)RITRATTO DI INTERNO BORGHESE

Che cosa può esserci di peggio che avere in casa una figlia in età da marito?

Il cav. Ubaldo De Carolis non aveva alcun dubbio al riguardo: averne due. Toscano di nascita, si era trasferito parecchi anni prima a Roma, facendo fortuna con il commercio di stoffe preziose. Qui aveva conosciuto e sposato Ortensia, figlia di un ricco importatore di caffè. Subito dopo il matrimonio si erano trasferiti in un appartamento proprio sopra il negozio, in Via del Corso, al numero 79, spazioso e arredato in modo elegante. Si notava il tocco di Ortensia un po’ ovunque. A benedizione di questa unione erano nate due bambine, Immacolata e Maria Cristina. Diverse come il giorno con la notte. Immacolata, la più grande, era grassoccia, tarchiata e aveva una espressione alle volte vagamente assente, come se stesse in un mondo tutto suo. Impenetrabile a chiunque. In compenso, aveva avuto in sorte una intelligenza fuori dal comune. C’era chi giurava che fosse il ritratto del padre, ma lui lo negava nel modo più assoluto. La più piccola, Maria Cristina, sembrava invece disegnata tanto i suoi lineamenti erano delicati. Alta, con uno sguardo volitivo, era l’unica in casa capace di addolcire il padre con una sola parola o con un altro qualsiasi gesto. Le bastava soltanto sceglierne uno ed il gioco era fatto. A completare il ritratto di famiglia c’era Birillo, un leziosissimo cane da salotto bianco e nero, passione della più giovane delle due sorelle. Il padre odiava quel cane ed il sentimento era ricambiato da Birillo, forse anche con maggior intensità. Quell’anno Maria Cristina aveva ricevuto ben tre proposte di fidanzamento. Tutte rifiutate. Uno era troppo anziano, per lei, che aveva ventuno anni, uno troppo povero, per il padre, che voleva per la figlia una vita agiata e il terzo, un matrimonio di comodo, per salvare il rampollo di un concorrente nel commercio dei tessuti, dalle dicerie di strane frequentazioni. Quest’ultimo fu scartato da entrambi. Immacolata sembrava invece non suscitare alcun interesse da parte dell’altro sesso. La situazione creava un certo malumore in casa anche se, in verità, la ragazza non pareva curarsene più di tanto. A voler essere onesti, un uomo che l’aveva avvicinata c’era stato, ma lei aveva opposto un secco rifiuto. Non per questioni di età o censo. Semplicemente non voleva essere considerata un campo da seminare perché desse frutti in gran quantità. Il tempo passava e lei, a ventinove anni, si era rassegnata a rimanere zitella. Senza troppi drammi. Avrebbe avuto sicuramente dei bellissimi nipoti da coccolare, e questo, almeno in parte, la consolava. Maria Cristina, in effetti, passava le sue giornate tra caffè, concerti al Pincio e corteggiatori più o meno sfacciati. Era la regina di tutte le feste. Le bastava entrare in una sala per attirare su di sé gli sguardi di tutti i presenti, uomini e donne. Prima o poi, e di questo era certa, avrebbe sposato il miglior partito di Roma. Un matrimonio di cui parlare anche negli anni a venire.

Il sabato era il giorno preferito dalle donne dell’alta borghesia per poter spendere, in cose costose quanto inutili, i soldi dei rispettivi mariti, che magari dovevano farsi perdonare qualche inconfessabile peccatuccio e quindi chiudevano volentieri un occhio sull’entità dell’acquisto. E questo, rendeva Ubaldo De Carolis estremamente allegro, tanto da contagiare anche Immacolata che lo aiutava in negozio. Rideva di gusto alle battute del padre, anche quelle più stupide. Di tanto in tanto la lasciava sola per andare al caffè proprio di fronte a bere un bicchierino di anice. E anche quel sabato, uno come tanti, non fece eccezione.
«Vado un momento qui di fronte, Immacolata»
«Fai con calma, papà. Qui ci penso io»
Immacolata andò nel retro e tornò con alcuni tessuti da mettere a posto. Il tintinnio del campanellino d’argento attaccato alla porta segnalò l’entrata di un cliente. Era una donna, con un elegante vestito di seta color cipria e un cappello che, senza essere troppo appariscente, le cingeva i capelli come un corona. Insieme a lei, un bambino biondo, avrà avuto otto o nove anni al massimo, con una casacca blu e bianca da marinaretto e un cappello di paglia, anch’esso bianco, con un fiocco azzurro. La donna salutò con un cenno della testa e si avvicinò al bancone.
«Desidera, Signora»
«Vorrei acquistare del lino. Almeno per due vestiti, da uomo»
Rimase colpita dall’accento francese che rendeva le parole di quella donna leggere, quasi un sussurro. Arrossì.
«Non per contrariarla, Signora ma…..non le sembra un po’ presto per il lino? Siamo soltanto alla fine di aprile….»
«Lo so. Ma il clima qui a Roma è così mite…….»
«Come vuole, Signora. Ha preferenze per il colore?»
«Canapa. Si, color canapa»
Detto questo, si girò e prese, dalle stoffe alle sue spalle, il miglior lino che avevano in negozio.
Pose la matassa di tessuto sul bancone. La donna ne afferrò in mano un lembo per saggiarne la qualità. Immacolata passò la sua orizzontalmente fin quasi a quella di lei. Fu assalita dal desiderio di accarezzare quelle dita affusolate che delicatamente percorrevano la trama soffermandosi su ogni lieve imperfezione, ma si ritrasse.
«Non posso. Non posso e non voglio» pensò. Deglutì. Guardò il bambino negli occhi e sorrise. Lui ricambiò. Sembrava nessuno si fosse accorto di quell’impeto e lei se ne rallegrò. Di nuovo il campanello. Era il padre.
«Buongiorno, signora»
Lei rispose sorridendo.
«Continui tu a servire?»
«Va bene, cara»
Andò velocemente dietro il bancone e prese il posto della figlia.
«Non siete una cliente abituale……»
«No. Ci siamo trasferiti da circa una settimana. Da Parigi»
«Ah….la ville lumiere» esclamò lui.
Sorrisero entrambi. Immacolata aveva il cuore che batteva all’impazzata. Ritornò nel retrobottega e bevve un po’ d’acqua. Passarono all’incirca dieci minuti.
«Immacolata, vieni qui per favore. La signora vuol farti la cortesia di un saluto prima di andare»
Andò al bancone e la donna le porse la mano, guardandola dritto negli occhi. Immacolata la strinse delicatamente, abbassando lo sguardo.
«Allora pensate voi a recapitare la stoffa, d’accordo?» disse, rivolgendosi al padre.
Lui annuì soddisfatto.
Quindi la donna si voltò ed uscì, tenendo il bambino per mano. L’indomani Immacolata uscì verso le dieci di mattina, per andare a messa nella chiesa di San Carlo. La vide. Stavolta sola. Decise di far finta di non averla notata. Si voltò verso l’acquasantiera e vi immerse leggermente la mano.
«Gesù mio…..aiutami tu» pensò.
Si rivolse di nuovo verso l’altare. Lei non c’era più. Sospirò. Non sapeva se essere triste o sollevata. Ad un tratto, sentì una voce alle sue spalle.
«Immacolata….»
Ebbe un fremito che cercò in tutti i modi di reprimere. La pronuncia era inconfondibile. Si girò.
«Buongiorno, signora» esclamò.
«Puoi chiamarmi Jaqueline»
Non dissero più nulla per il resto della funzione. All’uscita Jaqueline e Immacolata si diressero nella stessa direzione, pensando ognuna che quella dell’altra sarebbe stata diversa. Risero.
«Ho voglia di un bicchiere di anice…..ti va di farmi compagnia, Immacolata?»
«Potremmo andare al Caffè Greco, qui a Via Condotti. Lo conosce?»
Jaqueline scosse la testa in segno di diniego. Si incamminarono, chiacchierando e ridendo. E ora che faccio? Se me ne andassi subito sembrerei screanzata, pensò tra sé Immacolata. Decise di non badarci. In fondo si trattava soltanto di una bibita. Arrivarono al caffè e si sedettero. Con il suo italiano insolito, dalla pronuncia accattivante, Jaqueline ordinò dell’anice per tutte e due. Lo sorseggiarono lentamente. All’improvviso, dal bordo del tavolino, cadde uno dei tovaglioli. Si chinarono entrambe, quasi contemporaneamente, per raccoglierlo. Si guardarono. Poi, mentre Immacolata stava con la mano protesa nel tentativo di afferrare la piccola salvietta, sentì quella di lei che la sfiorava. Dapprima una volta. Poi una seconda. Di proposito. Si tirò su di scatto, tremante, ma allo stesso tempo eccitata. Jaqueline sorrise, mordendosi leggermente le labbra. Anche lei era nervosa. Finirono di bere. Tornando verso casa nessuna delle due ebbe il coraggio di dire una parola. Arrivate al portone di lei, proprio di fronte al negozio dei De Carolis, Jaqueline la invitò ad entrare un istante. Immacolata acconsentì. Nell’androne risuonarono per alcuni minuti soltanto i loro sussurri. Lievi. Impauriti. La vita riprese a scorrere normalmente nei giorni successivi. Immacolata si sentiva felice come non lo era mai stata. Nonostante tutti i sotterfugi. Gli incontri divennero più frequenti e il desiderio che avevano l’una per l’altra le spingeva ad essere audaci, quasi sfrontate. Era passato un mese o poco più da quando si erano viste per la prima volta, sole, in quella chiesa. Anche oggi come quel giorno era domenica. Una splendida giornata, soleggiata ma un tantino fredda. Insolito per essere maggio. Il matrimonio del secolo non c’era ancora stato e Maria Cristina se ne stava seduta, un po’ annoiata per la verità, con un ventaglio tra le mani. Soltanto un vezzo ma significativo, per dimostrare la propria eleganza a chi avesse alzato lo sguardo. E certamente qualcuno, prima o poi, l’avrebbe fatto. Di questo la ragazza era assolutamente sicura. Birillo era accucciato immobile sotto una sedia, annoiato come la sua padrona. Immacolata uscì sul balcone. Fissava il palazzo di fronte, con un sorriso appena abbozzato. La sorella la guardò e poi si rivolse di nuovo verso la strada, di sotto.
«Mia sorella deve essere impazzita. E’ fuor di dubbio» pensò.
«Queste stranezze non ti aiuteranno a trovar marito» esclamò. Immacolata non rispose.
Jaqueline, dall’altra parte, rispose al suo sorriso. Gli occhi di lei brillavano di una luce che soltanto loro due potevano comprendere.
«Je t’adore» sussurrò Jaqueline.
Immacolata chiuse leggermente gli occhi e chinò la testa. Aveva capito. Non le importava più cosa sarebbe successo in futuro. Di una cosa era certa: l’avrebbe amata, anche contro tutti.



3) PAUSA PRANZO

Una pioggia leggera iniziò ad imperlare la vetrina del bar Cristallo che dava su Via Magenta. L’intensità andava aumentando gradualmente, producendo un rumore simile a un lievissimo tamburellare di dita. Irene, smise per un istante di riordinare i tavoli. Guardò le gocce che, sempre più numerose, scendevano verso il bordo inferiore del vetro, formando minuscoli fiumiciattoli che s’intersecavano e si separavano.
«Piove» esclamò laconicamente, rivolta a Giada, l’altra cameriera. La ragazza si voltò a guardare.
In quel momento, entrò in sala Alberto, dal retro. Squadrò le due ragazze, con aria interrogativa.
«Che cosa hai detto?» domandò.
«Che piove» rispose Giada, prima che lo facesse l’altra.
«Perché qualcuna di voi due non va a tirare giù la tenda di fuori, prima che inizi a diluviare?» esclamò lui.
«E perché invece non ci vai tu?» ribatté Irene.
«Non è compito mio» disse l’uomo, con sufficienza.
«Non è compito tuo? E quale sarebbe la ragione che vossignoria non deve fare queste faccende come noialtri?» sibilò sarcasticamente la ragazza.
«Magari perché sono il più anziano qui dentro» rispose lui.
«Ma fammi il piacere. Sei arrivato una settimana prima che iniziassi io» cercò di zittirlo lei.
Un rumore metallico, proveniente dall’esterno, pose fine bruscamente alla discussione. I due si voltarono per vedere quale fosse la causa di quel suono improvviso. La tenda stava lentamente scendendo. Soltanto in quel momento, si resero conto che Giada non era nel bar. Alberto allargò le braccia, assumendo un’espressione da vittima.
«Adesso penserà che l’abbiamo fatto apposta per mandare fuori lei» disse.
«Per quello che riguarda te, non avrebbe torto. Potevi andare senza fare tutta questa polemica» rispose Irene.
«Piantala. Mi sembra di sentire mia moglie» esclamò risentito.
«Una basta e avanza» aggiunse, dirigendosi dietro il bancone.
Giada rientrò poco dopo, bagnata. Senza dire una parola, andò nel retro. Si avvicinò ad un armadietto, chiuso con un lucchetto e il suo nome su un cartoncino, scritto col pennarello. Lo aprì. Prese una camicia di ricambio, che teneva lì in caso di necessità, e andò nel bagno. Tornò in sala che Irene aveva appena finito di apparecchiare i tavoli, in vista dell’arrivo dei clienti per pranzo. Alberto stava preparando delle ciotoline con patatine, olive e altri stuzzichini, da abbinare agli aperitivi.
«C’è qualcosa che posso fare?» chiese la ragazza.
«No. Qui è tutto a posto» rispose l’uomo. Non la guardò neanche. Forse si sentiva un po’ in colpa per quello che era successo poco prima. Giada andò di nuovo nel retro, uscendone qualche istante dopo, con in mano un accendino e una sigaretta.
«Allora io mi fumo una sigaretta, qui fuori» disse, guardando Irene.
La collega sorrise, annuendo con un lieve movimento della testa. La ragazza si diresse verso l’entrata. La porta automatica si aprì, senza emettere altro rumore, se non un lievissimo fruscio.
Un ultimo tocco. Mauro si spostò all’indietro di un paio di passi, per esaminare la parete che aveva appena finito di tinteggiare. Gli parve di aver fatto un buon lavoro. Guardò l’orologio. Mezzogiorno e mezza. Il tempo era volato.
«Bisogna andare a mettere qualcosa sotto i denti» pensò.
Ripose il pennello dentro un secchio pieno fino a metà d’acqua. Spostò la scala davanti alla parete di fianco. Prima di uscire, si diede qualche pacca decisa sui vestiti. Lo avvolse una nuvola di finissima polvere biancastra. Tossì. Scese. Giunto all’esterno, vide che stava piovendo. Non aveva con sé l’ombrello. Si abbottonò per bene, tirò su il collo del giaccone e si incamminò, passando rasente al muro, in modo di rimanere sotto i cornicioni. Giudicò che così si sarebbe bagnato il meno possibile. Il bar Cristallo era a circa duecento metri. Un paio di incroci più in là. La strada era piena di gente indaffarata. Faceva freddo. Accelerò il passo. Trovò l’entrata del locale già aperta, per il passaggio di un altro cliente. Giunse al centro della sala e si fermò. Occhi curiosi lo scrutarono. Bisbigli. Soltanto un istante. Poi, ciascuno tornò a quello che stava facendo. Vide che era rimasto un solo posto libero. Andò a sedersi. Le cameriere non si avvicinarono subito. Alberto stava servendo due flute di prosecco. Notò il ragazzo seduto. Fece un cenno a Irene. Lei indicò che stava già servendo. Al tavolo del ragazzo arrivò Giada.
«Buongiorno. Ha già scelto qualcosa?» esclamò.
«Non c’è il menù» rispose lui, tamburellando le dita sul tavolo.
«Ha ragione. Gliene porto subito uno» disse la ragazza.
I due si guardarono. Lei sorrise. Si allontanò. Il ragazzo, rimasto di nuovo solo, osservò le sue mani. Grandi, ruvide, sporche. La tinta, sulla pelle e sotto le unghie, è difficile da togliere. Non importa quanto stai lì a sfregare. Non viene mai via del tutto. Come l’odore di solvente sui vestiti. A volte, si sentiva come quelli che lavorano il pesce, e si annusano continuamente dappertutto, per paura di sentirne l’odore. La cameriera tornò con un pieghevole in mano. Lo appoggiò, aperto, davanti a lui. Il ragazzo ringraziò.
«Vuole che ripassi tra qualche minuto?» chiese lei.
«Si. Grazie» le rispose.
Scorse la lista velocemente, soffermandosi qua e la su qualche piatto, per leggerne gli ingredienti. Quando alzò di nuovo gli occhi, la ragazza era lì, con in mano taccuino e penna.
«Che cosa le porto?» esclamò sorridendo.
Notò che la cameriera aveva una spilletta appuntata sulla camicia. Curioso non se ne fosse accorto prima. Pronunciò mentalmente il nome che c’era scritto sopra. Gli parve avesse un bel suono.
«Ti dispiace se ci diamo del tu, Giada?» rispose.
La ragazza si mostrò sorpresa. Lui indicò la spilletta con lo sguardo.
Lei, vincendo il suo iniziale imbarazzo, annuì.
«E tu?» chiese.
«E io che cosa?» le rispose.
«Tu sai il mio nome. Il tuo?» ribattè lei.
«Che scemo. Mi chiamo Mauro» disse.
«Allora Mauro, vuoi ordinare?» esclamò.
«Non posso stare qui tutto il giorno» aggiunse.
«Si, scusa. Vorrei un primo. Che mi consigli?» replicò lui.
«Vuoi rimanere leggero?» gli domandò.
Ci pensò un attimo su.
«Direi di sì» esclamò.
Giada si avvicinò.
«Spaghetti alle zucchine» disse, indicandoli sul menù.
Le mani di lei e quelle di lui si sfiorarono. Istintivamente, il ragazzo fece scivolare le sue sotto il tavolo. Se ne vergognava. Arrossì. Giada si sollevò. Sorrisero entrambi. Scrisse il numero del tavolo sul blocchetto e quindi la portata.
«Per dopo?» chiese.
«Soltanto un’insalata» le rispose.
«Da bere? Acqua, birra, vino?» aggiunse lei.
«Acqua naturale» disse.
Giada andò al bancone per passare l’ordinazione. Lui la seguì con lo sguardo, passo dopo passo. Non riusciva a credere che proprio lui, così timido e impacciato, fosse stato tanto sfrontato. Irene si avvicinò alla collega.
«Non ti ha staccato gli occhi di dosso» le disse.
«Ma chi?» rispose lei.
«Come chi? Il ragazzo che stai servendo» ribattè Irene.
«Sarà una settimana che viene. E ogni volta è la stessa storia» continuò.
«Non è neanche male. Se non ti va ci penso io» aggiunse.
Giada rise.
«Veramente questa cosa l’ho notata anche io» esclamò Alberto, all’improvviso.
«Voi avete troppa fantasia» sentenziò Giada.
Un cliente fece un cenno per richiamare la sua attenzione. Lei andò speditamente. Tornò con la richiesta del conto. Lo portò in una cartellina di pelle nera, con il nome del locale impresso in oro. Si aggirò tra i tavoli, per controllare che tutto fosse in ordine. Fece una domanda a ciascuno dei clienti, elargendo sorrisi di cortesia. A tutti, tranne uno. Mauro provò ad incrociare il suo sguardo più volte. Ogni volta lei lo eluse. Arrivò al suo tavolo, con la bottiglia dell’acqua e un bicchiere. Li posò e andò via, prima che lui riuscisse a dire una qualsiasi cosa. Il ragazzo si guardava intorno. Il suono di un campanello avvisò che c’era una pietanza pronta sul bancone. Giada andò a controllare. Anche Mauro fu attirato da quel suono. Un minuto più tardi, la vide arrivare con il piatto che aveva ordinato. Fumante. Glielo porse sorridendo. Lui restò a fissarla.
«Non mangi?» chiese lei.
«Sì, sì» rispose lui, imbarazzato.
Abbassò gli occhi sul piatto e iniziò ad avvolgere gli spaghetti. Dopo il primo boccone, ne preparò un secondo. Rialzò la testa. Lei era ancora lì. Rimase con la forchetta a mezz’aria.
«E’ buona?» domandò la ragazza.
«Buona. Sul serio» le rispose.
Giada, soddisfatta, ricominciò il giro nella parte di locale di sua responsabilità. Uno ad uno, i tavoli si svuotarono. Dopo aver preso il caffè e pagato il conto, il ragazzo estrasse dalla tasca del giaccone un libro. Poche pagine. Aveva la copertina rovinata e gli angoli piegati. Dal colore della carta, si capiva però che era nuovo. Soltanto un po’ maltrattato. Iniziò a leggere, muovendo le labbra, come se stesse effettivamente pronunciando le parole. Di tanto in tanto lanciava un’occhiata, per vedere se lei lo stesse guardando. Improvvisamente non la vide più. Smise di leggere. Con atteggiamento che a lui parve discreto, cercò di scoprire dove fosse finita. Lei gli bussò su una spalla.
«Sono qui dietro» esclamò, con un’espressione tra il corrucciato e il divertito.
Lui avrebbe voluto fuggire lontano mille miglia. Si voltò.
«Ma tu mi stai spiando?» gli chiese.
«No, no. Dai, non dire queste cose» rispose lui.
«A me pare proprio di sì invece» continuò la ragazza.
Si guardò intorno.
«E poi mi metti in imbarazzo. Io qui ci lavoro» disse.
Mauro non si era mai vergognato tanto e istintivamente nascose di nuovo le mani sotto il tavolo.
«Siediti, per favore» le disse. «Forse non ti sei accorta che non è la prima volta che vengo in questo bar» aggiunse.
«Me ne sono accorta, eccome. E anche i miei colleghi. La discrezione non è proprio cosa tua» lo interruppe lei.
«A me non sembrava» cercò di scusarsi lui.
Per un istante evitò lo sguardo della ragazza.
«In ogni caso, credo tu abbia capito….» continuò, ma si interruppe.
«Capito che cosa?» domandò lei.
«Non sono tanto bravo con le parole. Se poi mi chiedi le cose in questo modo non mi aiuti di certo» rispose.
«Sono troppo dura?» chiese.
«Un po’, forse» disse, abbozzando un sorriso.
Giada comprese l’imbarazzo del ragazzo. Sorrise anche lei.
«Che cosa stavi leggendo?» disse, in tono più disteso.
«Un libro di poesie» rispose.
«Di chi?» domandò lei.
«Non lo conosco. Ho chiesto consiglio in libreria. Mi hanno dato questo» disse. «Volevo trovare delle belle parole. Quelle giuste» continuò.
La ragazza prese il libro.
«Ma è il mio autore preferito» disse. «Io sono laureanda in lettere» proseguì.
«Lo so. Ne discutevi ieri con la tua collega » la interruppe lui.
«Ma bravo. Ascolti anche le conversazioni degli altri?» gli chiese.
Rise. Mauro la guardò senza riuscire a dire una sola parola. Rise anche lui.
«Ti va di leggerne una per me?» chiese, porgendogli indietro il libro.
«Quale?» le rispose.
Lei girò le pagine finché non trovò quella che ritenne giusta.
«Questa» disse.
Il ragazzo si schiarì la voce.
«Il più bello dei mari» iniziò.
Proseguì con tono incerto, tremante, non soltanto per l’imbarazzo della situazione.
«E quello che vorrei dirti di più bello, non te l’ho ancora detto» disse tutto d’un fiato.
Alzò lo sguardo, con le mani che non volevano proprio saperne di star ferme. Provò a sorridere ma non ci riuscì.
«Perché quella faccia triste adesso?» domandò lei.
«E’ così bella. Vorrei saperle inventare io queste parole. Per te.» rispose lui.
Giada mise le sue mani su quelle del ragazzo. Mauro avrebbe voluto ritrarle, ma lei glielo impedì. Si guardarono, senza che ci fosse bisogno di aggiungere nulla.
«Grazie per la poesia» disse e aggiunse «Tornerai domani?»
Mauro annuì. Si alzò. La porta emise un leggero sibilo, per poi richiudersi silenziosamente.
La ragazza guardò il libro rimasto sul tavolo. Il ragazzo l’aveva dimenticato distrattamente, o forse lasciato di proposito. Lo raccolse. Ebbe la sensazione di percepire il calore di chi lo aveva tenuto fino a poco prima.
«A domani» esclamò sottovoce.
Si avvicinò alla vetrina. Continuava a piovere ma a lei, non importava.


4)IMPREVISTI SENTIMENTALI

Me ne sto seduto al mio posto, a guardare fuori. L’ immagine del mio viso si riflette, di colpo, sul vetro del finestrino, mentre passiamo sotto un ponticello. Mi dà la stessa sensazione di quando guardo una foto scattata all’improvviso. Di nuovo luce e spazi aperti. Il paesaggio visto dal treno, è più monotono di quanto sia in realtà, penso. Chissà perché ogni volta che faccio un viaggio, per quanto possa essere di breve durata, mi viene in mente questa banalità. Eppure io, sono tutt’altro che un uomo banale. Do un’occhiata fuori dallo scompartimento. C’è una ragazza che fuma. Avrà si e no vent’anni. Seguo i suoi movimenti con lo sguardo. Sorride. La raggiunge un ragazzo, della sua stessa età o di poco più grande. Le ruba per gioco la sigaretta. Vuole un premio per ridargliela indietro. Si baciano. E’ avido, uno non basta. Mi volto. Provo a chiudere gli occhi. Anche se non riesco a dormire, potrò almeno riposare, mi dico. Un rumore improvviso mi riporta alla realtà. E’ una voce di donna, che chiede i biglietti. Faccio un cenno, e mi alzo per cercare nell’impermeabile. Lei intanto, si rivolge all’unica persona presente nello scompartimento, oltre me. Porgo il biglietto, e mi riaccomodo. Dopo la timbratura, lo metto nella tasca della giacca. La porta si richiude con un sibilo. Il treno continua a correre imperturbato lungo i binari. Scorrono davanti a me, come se fossero soltanto tratteggiati, campi coltivati, piccole cittadine, colline. Mi viene in mente Giulia. Due settimane che non la vedo e a me sembra un secolo. Fantastico un po’. Unire un giorno di ferie al fine settimana, è stata un’ottima idea. Come quella di non dirle nulla. Essere imprevedibili, ecco il segreto che mantiene vivo un rapporto di coppia. Siamo arrivati alla stazione di Arezzo. La sosta sarà di qualche minuto. Ne approfitto per alzarmi e andare nel corridoio, a fumare. Arrivo fino alla fine del vagone. Salgono due passeggeri, un uomo e una donna piuttosto giovane, che si infilano nel primo scompartimento, vicino all’entrata. Giusto il tempo di sbirciare nell’altra carrozza, e il treno ricomincia a muoversi. Torno indietro. Finisco senza fretta la sigaretta, e poi rientro. Con sorpresa, trovo una persona diversa, seduta al posto del passeggero con cui ho viaggiato fin qui. Tra le mani ha un giornale di cui non riesco a capire il nome. Mi metto seduto, senza dire una parola. Sembra non si sia neanche accorto della mia presenza, tanto è assorto nella lettura. Il mio sguardo si fissa, più per noia che per curiosità, sui particolari. Le scarpe ad esempio, qualità direi discutibile, di un color beige sbiadito che per giunta non si intona con il resto del suo abbigliamento. Roba da grandi magazzini. Quello che mi colpisce maggiormente, però, è l’odore sgradevole del deodorante che indossa. Assolutamente dozzinale. E poi, è grasso. Avrà almeno una quindicina di chili in più addosso. Cerco qualcosa di più interessante verso cui rivolgere la mia attenzione. Lui abbassa il giornale. I nostri sguardi, inevitabilmente, si incrociano. I capelli sono unti e spettinati. I lineamenti del viso non mi danno la sensazione che sia particolarmente intelligente.
«Salve!» esclama, sorridendo.
«Buongiorno a lei» rispondo.
Tamburella con le dita sulla gamba, mentre continua a guardarmi. Non credo sia per nervosismo. Direi piuttosto che sembri indeciso se continuare a parlare, oppure riprendere a leggere il giornale. Iniziamo a chiacchierare del più e del meno. Devo essergli rimasto simpatico. L’accento toscano è piuttosto marcato, anche se io francamente non saprei dire da quale provincia provenga con esattezza.
«Romano de Roma?» mi chiede, all’improvviso, scimmiottando, malamente, una cadenza capitolina. Ride.
«No. La mia famiglia è di origine napoletana. Lei è aretino?» dico, sorridendo a mia volta.
L’uomo strabuzza gli occhi.
«Are… che?» domanda.
Mi ha colto di sorpresa. Penso ad uno scherzo. Lo guardo con l’espressione di chi ha scoperto il trucco, mentre il prestigiatore continua a dire di guardare attentamente le sue mani. Lui assume un’espressione interrogativa.
«Che m’ha chiesto, mi scusi?» dice.
Non sta fingendo. La consapevolezza che il tizio seduto davanti a me non stia scherzando, mi lascia un po’ di amaro in bocca.
«Se è di Arezzo» dico, con sufficienza. Lui ride ancora.
«Oh, ma che parole usa? Sono di Siena. Contrada della Selva.» risponde, con malcelato orgoglio.
Ride di nuovo. Ho l’impressione che sia convinto che tra noi due, lo strano non possa che essere io.
Prende il giornale che pareva aver dimenticato. Guardo il nome: La Selva. Tutto torna, allora. Lo apre davanti a me, distendendo le braccia. La sua testa fa capolino da dietro i fogli. Gli occhi si sono accesi di una luce, che non è facile da definire. Un misto tra estasi e furore. Con quello stesso sguardo percorre una ad una le lettere che compongono il titolo trionfale che campeggia in prima pagina: La Selva beffa tutte le Contrade e strappa il Cencio.
«Vede? Noi s’è vinto il Palio, quest’anno. Davanti a tutti » esclama.
Manca poco che si metta ad urlare per l’eccitazione. Annuisco convinto, sperando che questo smorzi i suoi entusiasmi. Mi fermo un attimo a riflettere, colto da un dubbio. Ma noi siamo a novembre, penso.
«Ma quel giornale di quando è?» domando perplesso.
«Di agosto. Me lo porto dietro da allora, e ogni tanto lo rileggo.» ribatte il mio interlocutore.
Posa di nuovo il giornale sul sedile di fianco a sé. Guarda l’ora con impazienza.
«Sta andando anche lei a Firenze?» chiedo.
«Si. Vado dalla mia fidanzata.» risponde. Ammicca.
Lo osservo, con una certa simpatia nonostante i suoi modi rozzi. E poi ride sempre. Per qualsiasi sciocchezza. Beh, gente allegra il ciel l’aiuta, mi dico. Chissà che cosa ne penserebbe Giulia, se fosse qui. Provo a immaginare come possa essere la donna a cui è piaciuto un tipo così. Come una staffilata, mi arriva alla mente la visione di una grassona, truccata pesantemente e soprattutto sboccata come un camionista. Dio, che coppia. Una meraviglia. Non riesco a frenarmi. Sbotto a ridere. L’uomo mi guarda, perplesso.
«Che cafone. Non mi sono neanche presentato. Alberto De Giorgi » dico, continuando a ridere.
Gli porgo la mano, d’istinto, e solo un attimo dopo realizzo che potrebbe non essere piacevole stringerla. Magari è tutta sudata. Vorrei tirarla indietro, ma ormai mi sono già mosso. Poi di fare una figuraccia davanti a questo tizio, non se ne parla proprio. Ho passato di peggio. Vorrà dire che sopporterò. L’altro afferra, deciso, la mia destra. Cerco di contrastare la sua stretta, ma è come se fossi finito in una morsa. Tento di non darlo a vedere. Lui, neanche a dirlo, ride. Molla la mano all’improvviso.
«Ha ragione » dice, in tono serio, puntandomi contro il suo dito indice.
«Su cosa? » domando io.
«Che è un cafone » ribatte lui.
Resta a guardarmi, divertito, mentre il mio viso diventa sempre più cupo. Questa non me l’aspettavo di certo. D’un tratto prorompe in una risata, talmente sonora, che alcuni passeggeri, incuriositi, si affacciano per vedere che cosa sia successo di così clamoroso.
«Scherzavo, via. Pianigiani Ubaldo.» dice, e sempre ridacchiando, aggiunge « Non te la sei mica presa, vero?» .
Mi dà una pacca sulla spalla. Non te la sarai mica presa, ripeto tra me e me. M’ha dato del tu. Resto interdetto, ma faccio buon viso a cattivo gioco. Inizio a ridere anche io, ma non per allegria. Forse imbarazzo, ma più probabilmente stizza. Ci rimettiamo entrambi a sedere. Nessuno dei due ha altro da dire. Cala il silenzio. Mi volto verso il finestrino. Stiamo entrando nella stazione di Firenze. Il tempo è passato senza che ce ne accorgessimo. Ci salutiamo, senza troppa convinzione. Raccolgo la mia roba ed esco dallo scompartimento. Lui mi ha preceduto. E’ un paio di metri avanti a me. Ma guarda che tipo, penso, mentre cammino incolonnato con gli altri passeggeri. Guardo avanti. Lui, ha aumentato il vantaggio su di me. Ormai è prossimo all’uscita. Io non ho fretta e forse mi fa anche piacere che tra di noi si metta tutta questa distanza. Non vorrei trovarmi di fronte a lui e alla sua ragazza. Eh no, un’altra situazione imbarazzante no. La mia razione per oggi termina qui, mi dico. Arrivo all’esterno, che lui è ancora lì. In attesa. Mi fermo. Vedi se non ti danno buca, penso. Spero in una piccola rivincita. Mi guardo attorno per cercare un taxi. Arriva una macchina che sembra quella di Giulia. Stesso modello, stesso colore. Ma che dico, quella è la macchina di Giulia. Comincio ad avvicinarmi, incredulo. Anche lui l’ha vista. L’auto si ferma lì vicino. Lei scende e gli va incontro. Non si accorgono di me. Si abbracciano. Si baciano. Sono come paralizzato. Non riesco a fare un passo di più. Non ho neanche la forza di arrabbiarmi. Resto a guardare, senza fare assolutamente nulla, un tizio rozzo, ignorante e per di più grasso come un maiale, che se ne va con la mia ragazza. La mia ragazza. L’auto si allontana, fino a scomparire. Mi chiedo che cosa posso fare, arrivato a questo punto. Li raggiungo e li copro di insulti. No, troppo banale. Aspetto domani, e se c’è anche lui, li copro di insulti. E se lui non c’è? Me la prendo solo con lei. No. No. Ma che cosa vado a pensare. Non mi riconosco più. Sto mettendo in fila una serie di scemenze indegne di me. Non mi rimane che andarmene. In definitiva, concludo, anche io ho fatto cornuto lui. Rientro in stazione. La cosa che veramente mi stupisce è che ho sempre pensato che sarei andato in pezzi in una situazione come questa. E invece no. O si tratta di un sangue freddo eccezionale, oppure sono diventato idiota all’improvviso. Forse tutte e due le cose, conoscendomi. Arriva il treno. Mi siedo senza far caso a chi c’è nello scompartimento. Qualcuno dice qualcosa, forse rivolgendosi a me. Non lo ascolto. Che pensi pure che sono un maleducato. Non me ne importa nulla. Cominciamo a muoverci. Passano i minuti. I vagoni sfrecciano in mezzo alla campagna. Il loro movimento regolare, sembra cullarmi. Mi sta venendo sonno. Guardo fuori. Chiudo gli occhi sempre più spesso, e prima che il buio mi avvolga completamente, ho il tempo e la forza di pensare un’ultima cosa: il paesaggio, visto dal treno, è più monotono di quanto sia in realtà.